Questione di stile. Wes Anderson e il Budapest Hotel.

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Ho visto Grand Budapest Hotel di Wes Anderson.
Il film mi è piaciuto, Anderson è sempre un grande, ma per scrivere una recensione che aiuti a “leggere” il film sento il bisogno di vederlo una seconda volta quindi ho deciso di sospendere il giudizio e spendere due parole su un argomento collaterale ma strettamente legato al film.

Wes Anderson nasce nel circuito indipendente, come la quasi totalità dei nuovi registi innovatori di questa generazione e riesce ad affermarsi come autore grazie a I Tenenbaum. Il suo stile visivo è sempre stato estremamente riconoscibile, il regista simmetrico, quello delle inquadrature a prospettiva centrale costruite come se fossero un collage di figure disegnate e i colori armonizzati alla perfezione (da fare invidia all’Antonioni di Deserto Rosso).
Un esempio per capire cosa intendo:

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Il suo stile è entrato nell’immaginario collettivo oltre che nella sfera del culto cinefilo. Anche la cultura Hipster l’ha utilizzato come paradigma del proprio apparire, il che è lecito ma cinematograficamente non c’entra una mazza: lo stile di Anderson non è mai una mero dato estetico ma si qualifica sempre come dato narrativo. L’organizzazione spaziale rispecchia sempre il carattere “quadrato” e colorato dei personaggi se non addirittura il rigore della storia che affianca gradualmente elementi per poi portarli in profondità.
A proposito di questo argomento segnalo anche una bella canzone de I Cani:

È apprezzabile quindi come un regista ormai diventato influente nel panorama hollywoodiano riesca a continuare a perfezionare il proprio minimalismo distaccandosi dal “canone” pomposo dei film commerciali.
Inutile obiettare che Wes Anderson non è commerciale: vende, e vende bene (in Italia Grand Budapest Hotel nella settimana d’esordio ha ottenuto la miglior media di incasso per sala) pur non semplificando il contenuto. Anzi.
I film vendono sempre di più ma non cambiano la profondità del loro contenuto, evolvendosi in senso sempre più sperimentale e “d’autore”. Come spiegare questo fenomeno così raro al giorno d’oggi?
Forse perché è proprio questo stile, questa riconoscibilità, che permettono al regista di creare un vero e proprio legame con il pubblico. La piacevolezza delle immagini diventa sempre gusto per la visione anche nello spettatore meno avvezzo a contenuti “d’essai”.
In questo sta il genio di Anderson: nell’avere creato una cifra stilistica propria che non si pone al di sopra dello spettatore ma in colloquio (portate vostra nonna a vedere un film di Lynch e uno di Wes e ditemi quale trova più gradevole) cercando di compiacere sempre di più i sensi di chi guarda. Nonostante le storie contengano sempre innumerevoli strati di lettura la superficie rimane sempre quella di una commedia piacevole e frizzante, leggera, “facile”.
C’è un rischio però, insito in questo sistema perfetto di graduale perfezionamento stilistico, che si basa sullo lo stesso principio per cui se si aggiunge sale ad un cibo questo acquista sapore, ma se si esagera il sale copre il gusto. La sovraesposizione. Per quanto ancora quindi potremo vedere film simmetrici senza pensare “la solita roba di Wes Anderson!” ? E per quanto la sua carriera potrà portarci film sempre stilisticamente simili ma profondamente originali senza essere però una parodia di sé stesso?
Ai posteri l’ardua sentenza come si suol dire… Per ora noi facciamo vivissimi complimenti ad un regista che è riuscito ad usare le regole di Hollywood per diffondere la propria cifra stilistica e ad entrare nella storia del cinema come, forse, l’unico vero autore “pop” attivo nel 2014*. Impegnato ma leggero. Con una nicchia di pubblico affezionato ma con grandi incassi ai botteghini. Semplice all’apparenza, complesso in profondità.
Andate a vedere Gran Budapest Hotel, non perdete neanche un’inquadratura e fate sapere nei commenti se vi è piaciuto!

* Qualcuno potrebbe inserire anche Cristopher Nolan in questa categoria, credo però che dovremo aspettare Interstellar perché il buon Chris dopo The Dark Knight non ci ha dato altre pietre miliari, neanche Inception che veniva soffocato (eccoci al punto) proprio dallo stile nolaniano, freddo e costruito.