Dove ho messo le chiavi? La recensione di Locke

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Locke, di Seven Knight, 2014

Non sono solito farlo ma direi che è il caso di partire dalla trama: in questo film seguiamo per 90 minuti il viaggio di un uomo, Ivan Locke, chiuso in una macchina. Sta andando a Londra ad affrontare un grave problema, non può fermarsi, non può tornare indietro. Nella stessa notte dovrà dirigere i lavori che porteranno alla più grave colata di cemento d’Europa, e cercare di tenere unita la propria famiglia, il tutto chiuso (Locke, non a caso) in una macchina.

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Che Tom Hardy fosse tra le star più talentuose del secondo decennio del 2000 lo si sapeva*. Che Steven Kinght, il regista, sapesse scrivere, l’aveva già dimostrato il grandissimo La Promessa dell’assassino da lui sceneggiato. Che un film con una così rigida unità di spazio e di (quasi) tempo potesse essere avvincente lo si sapeva. Ne aveva dato prova il discreto Buried di Rodrigo Cortes per non parlare dell’altro “one man show” Moon o del recente All is Lost. Ma che un film ambientato in una macchina potesse fare venire voglia agli spettatori di essere persone migliori e riconsiderare le priorità della vita raccontando una storia universale, ponendo problemi morali che interrogano in prima persona, è la vera sorpresa!

Il film, precludendosi la possibilità di una narrazione “d’azione”, gioca molto sulle metafore:
Una mega struttura in costruzione che, a causa del minimo errore, rischia di crollare, non è altro che la messa in scena del pazzesco accumularsi di problemi nella vita di Locke.
La strada diventa così il viaggio dell’esistenza: ci sono bivi (forse l’unica metafora un po’ pesante), ci sono altre persone che corrono con noi, che superano bruscamente o che rallentano la corsa.
La macchina è il nostro microcosmo, la nostra interiorità. Ci sono fantasmi del passato sul sedile posteriore che ci guardano e ridono ad ogni nostra azione.
Tutte queste idee servono solo per rendere più profonda una scrittura molto brillante nei dialoghi ma non troppo equilibrata negli innumerevoli colpi di scena, forse non disseminati al meglio. È però notevole la tensione con cui lo spettatore è portato a vivere le dolorose, ma necessarie, conversazioni che il protagonista deve affrontare, l’incredibile ma credibile accumularsi di problemi sempre e di scelte.
In una notte una vita può distruggersi, una può iniziare. Durante il film si viene interrogati senza scampo. Chiusi nella macchina con il protsgonista, chiunque guardi deve rispondere alle domande morali, etiche, che emergono dalle situazioni, e non dalle parole dei personaggi (grande pregio del film). In particolare non si può sfuggire alla domanda: voi cosa fareste?

Il doppiaggio italiano fa il suo mestiere ma ovviamente si consiglia la visione in originale per potere cogliere al meglio tutte le sfumature della morigeratissima recitazione di Hardy. In un film virtuosistico l’attore protagonista non compie nessun virtuosismo; non ci sono facce particolari, grandi scene di dolore o di gioia, è tutto molto controllato come solo i grandi sanno fare.
Ho contato all’incirca 10 inquadrature diverse all’interno della macchina, non molte di più, la strada (ricostruita in un circuito) viene inquadrata quasi totalmente attraverso il riflesso dei finestrini. È come se sullo schermo ci fossero costantemente due film: uno letteralmente incollato agli occhi del proprio protagonista e uno in cui luci e ombre scorrono veloci in continuo movimento.
Basta sforzarsi di leggere le carte che il regista mette in tavola per capire che non potrà esserci un finale completamente risolutore. L’abilità di Kinght sta proprio nel raccontare la propria storia come se la stessimo guardando per caso, da osservatori che guardano attraverso una finestra per un tempo limitato (non dico neorealismo ma tenete quello come esempio per capirci). Non possiamo aspettarci dunque di vedere una chiusura completa di tutte le story line, la vita di Locke, che noi osserviamo, non è un ecosistema chiuso ma una strada lineare di cui noi osserviamo solo parte del tragitto. A che cosa serve quindi un film del genere, senza morale, senza una conclusione soddisfacente? A porre domande. Ad entrare nella nostra di strada.
Esperimento riuscito.

*per chi volesse rinfrescarsi la memoria segnalo la straordinaria interpretazione in Bronson e in quel capolavoro che è Warrior.

Mi è piaciuto:
L’idea
La sceneggiatura
Tom Hardy
La fotografia, sempre ad osservare un luogo solo ma con infinite sfumature
È un film virtuoso senza virtuosismi

Qualche dubbio:
Il finale è perfetto, sia chiaro, ma lascia decisamente turbati. Anzi, è perfetto per quello! però a caldo difficilmente piace.
Qualche metafora un po’troppo forzata.
Troppi colpi di scena distribuiti male che fanno uscire un po’ dal film.

Non mi è piaciuto:
In un film molto realistico ogni dialogo ingiustificato o senza un secondo interlocutore fisico, per quanto ben scritto, stride.
Leggero calo di tensione in qualche parte oltre la metà.

A chi può piacere: ai cinefili, a chi ama la buona scrittura nel cinema, a chi vuole avere un film da raccontare ad amici e parenti, ai fan di Tom Hardy. Alla larga chi cerca un Fast and Furious Hollywoodiano.

Voto: ok è complicato. Come esperimento direi esperimento riuscito, voto 8,5 soprattutto se rapportato a film simili. Come film in sé, senza l’attenuante del “è tutto in una macchina” voto 7.

Criterio del voto: Buried era un esperimento da 7,5 è un film da 6.5.

  • laulilla

    Non è detto che un film debba necessariamente servire: se il film pone domande che continuano ad arrovellarci, anche fuori della sala, ha fatto centro! Bellissima recensione; bravo davvero! Anch’io vorrei vedere in lingua originale questo film, ma a Torino non c’è, purtroppo, almeno per ora. Ciao