Perché con Ant Man senza Edgar Wright potrebbe iniziare la crisi del Cinecomic.

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Perché questo articolo: perché Edgar Wright ha lasciato la produzione di Ant Man ed è una notiziona. Perché su Cinepreso si è spesso parlato di cinecomics, mi piacciono, vi piacciono; perché Hollywood è tenuta in piedi da questi film e una notizia che li riguarda potrebbe influenzare tutta l’industria. Una sorta di effetto farfalla invertito: se un battito di ali di farfalla provoca un uragano, un grande evento nell’industria cinematografica non può che provocare una serie di conseguenze sul panorama indipendente o dei film d’autore.

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Chi è Edgar Wright: è un regista di culto, soprattutto negli States, non ha mai avuto grande successo in Italia ma chi ha visto i suoi film è sicuramente entrato a fare parte della sua nicchia di pubblico sempre più affezionata. Ha fatto molto ridere con L’Alba dei Morti Dementi, Hot Fuzz e La Fine del Mondo. Scott Pilgrim invece fondeva uno stile molto innovativo con il travolgente brio di Wright regalando sprazzi di originalità molto affascinanti. Era un film fumetto nel vero senso della parola, con baloon e didascalie, con una storia tanto delirante quanto accattivante.

Cos’è Ant Man: doveva essere il film che avrebbe aperto la terza fase della Marvel, dopo Avengers: Age of Ultron.

Perché c’era attesa: perché sarebbe stato il film dell’universo Marvel maggiormente spinto verso toni autoriali, sperimentali, se ne parla da otto anni e le infinite rifiniture, il cast che si stava delineando, gli hanno creato intorno l’aura di possibile capolavoro.

Di cosa parla: un po’alla Mi si sono Ristretti i Ragazzi, un po’Uomo Ragno, uno scienziato scopre come rimpicciolirsi a dimensioni di formica. Come usare questi poteri? Eroe o criminale? I fumetti da cui è tratto puntano molto sulle atmosfere demenziali/deliranti osservate attraverso il filtro di un fortissimo humor inglese.

Cosa è successo: Edgar Wright, qualche settimana fa ha lasciato, la regia del film per divergenze creative con i piani alti della Marvel. La Disney, per parlarci chiaro.
La goccia che ha fatto traboccare il vaso è, stando ai rumors, una riscrittura forzata della sceneggiatura da parte di un team di sceneggiatori interni alla Marvel irrispettosa del lavoro di Joe Cornish, primo scrittore. Si aggiunge a tutto questo una forse eccessiva pretesa di controllo da parte di Wright e diverse difficoltà produttive note da tempo (budget che lievitano?).

Perché è una brutta notizia: eccoci al punto, fatti come questo succedono molto spesso a Hollywood e solitamente comportano un drastico calo nella qualità della pellicola. Posto che potrebbe non essere questo il caso, anche se la vedo dura, il dato inquietante che ne emerge è la difficoltà da parte della Marvel di affidare i propri film a registi “autori”. Abbiamo visto nei casi più estremi, Shane Black, Kenneth Branagh, Joss Whedon, registi con uno stile proprio ma comunque non così definito da diventare marca di riconoscimento autoriale. Tutto questo non è sinonimo automatico di scarsa qualità, abbiamo visto un Capitan America 2 diventare pietra miliare del genere senza avere “autori” alla regia e un Man of Steel non proprio brillante pur avendo alla guida un regista con una mano molto forte.
In un’epoca cinematografica in cui si potrebbe fare un calendario segnando “il supereroe del mese” diventa evidente che per sopravvivere andando avanti con questo ritmo è essenziale cambiare. Trovare nuove vie, rinnovarsi, rompere gli stereotipi.
Per quanto tempo potrebbero essere appetibili lavori sicuramente ben fatti, ma stilisticamente piatti? Siamo arrivati ad un punto di svolta per il genere, quello in cui si chiede di cambiare, di evolversi uscendo dagli stereotipi e dai meccanismi ben oliati per acquistare spessore anche tra i cinefili più schizzinosi e per non annoiare il pubblico generalista.
All’industria serve un altro Nolan (che, lo ricordo, con Il Cavaliere Oscuro ha fatto il film più bello della sua carriera fino ad ora) o anche un Ang Lee (che per molti con Hulk ha fatto il film più brutto della sua carriera -non concordo-) ma serve qualcuno che inizi a cambiare le carte in tavola per evitare una stagnazione letale per questi franchise.
L’industria deve iniziare ad osare, accettando e non temendo questa nuova generazione di registi che sicuramente portano con sé un alto tasso di rischio ma anche benefici che potrebbero essere vitali per il sistema.

E ora?: e ora la regia sarà affidata a Peyton Reed, un regista senza una mano forte, senza una riconoscibilità propria – almeno fino ad ora – al servizio della storia. Alla sala il giudizio, con la speranza di venire piacevolmente sorpresi.

Gabriele Lingiardi