The Judge, la recensione colpevole.

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The Judge, di David Dobkin, 2014

Una sedia che gira. Di fronte l’avvocato dei colpevoli, che difende per soldi, forte e sicuro della sua arte affabulatoria, sta guardando in faccia il suo passato. La sedia gira, e quello che è stato sta per diventare futuro.
Con questa suggestiva immagine si chiude The Judge, il nuovo film di David Dobkin con Robert Downey Jr e il grande Robert Duvall.
È utile, per la comprensione del film, fare un paragone tra questi due attori e i personaggi che interpretano: Robert Downey Jr è un avvocato al vertice della carriera, sicuro di sé ma disprezzato dai colleghi e con un disperato bisogno di rimettere in sesto la propria vita; Robert Duvall interpreta invece un anziano giudice amato e rispettato da tutti (come lo statuto di attore di Duvall stesso), ossessionato dal ricordo che i concittadini potrebbero avere di lui a fine carriera. Questa forte analogia tra l’immagine che questi due attori si sono creati nella vita reale e il personaggio che interpretano nel film è una forte linea narrativa che giova alla credibilità degli stessi.
The Judge non fa altro che mostrare l’incontro/scontro tra queste due personalità, sullo sfondo di un thriller giudiziario decisamente appassionante.

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Quando il giudice Palmer verrà accusato di omicidio, il figlio avvocato dovrà difendere il padre nelle aule di tribunale, vincendo le diffidenze e le ostilità. Un Concept semplice ma ben sviluppato. Dobkin riesce a rendere interessante un viaggio nel passato dei personaggi che, sempre ben dosato, riesce a regalare momenti di non indifferente tensione. Il ragionamento che traina la storia verte attorno al senso dell’essere giudici. Per prima cosa il “Judge” del titolo è la carica istituzionale, il compito da assumere dedicando tutta la vita e vivendo appieno le proprie responsabilità. In secondo luogo Dobkin ci mostra come giudicare qualcuno voglia dire essere prima giudici di se stessi e delle proprie azioni. Giudice e padre sono la stessa parola nella grammatica del film, un segno di sottomissione e di definizione dei ruoli famigliari e un’ulteriore valenza semantica alla parola. Ogni frase pronunciata dal giudice Palmer, nei confronti del figlio, pesa come una sentenza. Non c’è autenticità nei dialoghi tra il padre e il figlio, c’è solo quella formalità che contraddistingue ogni rapporto “burocratico”.
The Judge procede senza fretta verso il nodo cruciale della trama, presenta i personaggi e imposta un crescendo di tensione che trova il culmine poco prima del finale vero e proprio (inusuale in questo genere di film l’uso di un anti climax).
Robert Downey Jr si sforza di ritrovare quella fragilità che troppi film d’azione gli avevano fatto perdere e fa da spalla (anche se dovrebbe essere il protagonista) a un grande Duvall, fragile e risoluto allo stesso tempo, come solo i più grandi riescono ad essere. Interpretazione magistrale.
L’avvicinamento tra i due personaggi non si sviluppa secondo un processo di compromesso ma tramite un incastro: i due caratteri, così apparentemente opposti, sono solamente due pezzi di uno stesso puzzle.
Che cos’è la memoria e chi può dare giudizi, la storia o il cuore? La cinepresa di Dale, figlio del giudice Palmer, scioglie questa domanda facendosi metafora del rapporto che ogni uomo ha con il proprio passato. Ci sono “tagli” che si vorrebbe fare alla propria vita ma che rimangono impressi come raggi di luce su una pellicola. La cinepresa, e i chilometri di nastro impresso che vengono catalogati nello scantinato di casa Palmer sono uno strumento di difesa per Dale ma, come dice il giudice, non sono l’unica cosa. Il futuro è in tutto: in un incontro, in una ragazza, in una sedia vuota… Sempre mischiato con il passato, come nell’immagine finale. Una storia che giudica, ma che offre redenzione.
Billy Bob Thornton apre un bicchierino portatile come se stesse estraendo una spada. È lui l’avversario, l’uomo da battere per difendere l’onore del padre, per salvarne la reputazione. È forse grazie alla sua interpretazione che la struttura del film riesce a reggere impostando un duello tra sicurezza e fragilità, debolezza e forza che rappresenta, nelle quattro mura di un tribunale, quella che è la vita di un uomo.
The Judge è un film bello, imperfetto ma riuscito. Seppur lento e goffo nella prima parte, è intrigante nella seconda. Non tutto funziona, certi dialoghi sono macchinosi, ci sono alcune lungaggini, ma la magia del cinema è anche questo: quando, a storia finita e luci accese, il risultato è migliore della somma delle singole scene.

Mi è piaciuto:
Gli attori trainano il film. E va bene così.
È molto piacevole da ascoltare.
Cresce con il procedere della storia e si prende più del tempo necessario per farlo, cosa rara al giorno d’oggi ma che sto cominciando ad apprezzare.
È scritto veramente bene.

Così così:
La storia è canonica.
Non ci sono grandi trovate di regia.
All’inizio fatica ad ingranare.

Non mi è piaciuto:
Qualche cliché di troppo rischia di infastidire.
Il finale subisce il contraccolpo di un anti climax che lo indebolisce un po’.
Robert Downey Jr fatica ad essere fragile, ma non per colpa della sua performance ma a causa dell’immagine di super eroe che ormai noi spettatori abbiamo di lui.

Voto: 8

Criterio di voto: un film distante da questo, ma forse non troppo, come Frost/Nixon mi era piaciuto moltissimo. Un altro film diverso da questo, ma forse meno di quanto si creda, come Il discorso del re mi era piaciuto attorno al 7.

A chi può piacere: a chi vuole un film impegnato ma non troppo. A chi ama quel sistema narrativo che solo Hollywood riesce a rendere così piacevole ed emozionante. Consigliato a tutti coloro che non si vergognano ad immergersi in un film e ad affezionarsi ai personaggi. E a chi perdona le imperfezioni se queste generano emozioni.

Gabriele Lingiardi.