Interstellar VS Boyhood. Due film a confronto

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Boyhood, Richard Linklater, Interstellar, Christopher Nolan, 2014

Proviamo ad entrare in un wormhole, siete pronti a seguirmi?
Non ho in mente nessun esperimento per salvare l’umanità, tranquilli, voglio solo tentare di costruire un ponte tra due film molto diversi ma forse non così distanti. Boyhood di Richard Linklater e Interstellar di Christopher Nolan.

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Cosa sono?
Il primo film, Boyhood, è uno dei più arditi esperimenti cinematografici degli ultimi anni: il regista ha infatti scelto di girarlo pochi giorni all’anno… Per dodici anni! Gli esiti di questa scelta sono facilmente intuibili: i personaggi invecchiano (letteralmente) con gli attori, la trama si aggiusta e si adegua al contesto storico.
Il secondo film, Interstellar, è la nuova cervellotica opera di Christopher Nolan. Per salvare l’umanità dall’imminente estinzione un manipolo di esploratori viaggia tra galassie e pianeti per trovare una nuova casa all’umanità.

Come sono?
Giù le carte sin da subito: Boyhood è un capolavoro, un film solido, completo, innovativo, commovente ed emozionante come non se ne vedevano da tempo. Un esperimento perfettamente riuscito, un punto di non ritorno nell’esperienza della percezione: è sconvolgente quanto, assistere alla crescita “in diretta” dei personaggi faccia sembrare qualsiasi altro artificio scenico (sì, sto parlando a voi, club dei digitalissimi Benjamin Button) completamente inadeguato. Come Wolf Children (un altro capolavoro) la trama sembra apparentemente nascondersi e farsi sottile tra le immagini. Quello che Linklater riesce a portare sullo schermo è invece pienezza di vita e quindi di trama. Lo si percepisce guardando le movenze degli attori, ogni sezione del film, ogni blocco di anni, si porta dietro tutta l’esperienza e tutte le passioni che il cast ha affrontato nei 365 giorni precedenti. Allo stesso tempo stupisce la coerenza che caratterizza questo lavoro. È un film quasi profetico: “non votare Bush, tutti ma non Bush!” “Chissà se faranno mai un nuovo Star Wars!”. È un film fatto da persone, sulle persone, per le persone. L’umanità di una madre che soffre per avere visto la propria vita sfuggire in un lampo, le speranze di un giovane, le sicurezze e i desideri delle eta della vita vengono riassunte in un finale potente e poetico. Boyhood è in perfetto equilibrio tra storia e metafora, tra trama e filosofia.
Anche Interstellar è un buon film, sicuramente imperfetto nella sua eccessiva brama di raffinatezza, saturo di dialoghi (rimpiango la fantascienza del silenzio) e disuniforme nel bilanciare i momenti di tensione con il rilascio, ma sufficientemente interessante da meritare una seconda visione. Nolan è un grande mestierante, non c’è dubbio, ma non sempre un grande regista. Questa sua brama di superarsi senza cambiare stile ma portandolo all’estremo, il più delle volte, lo porta a diventare la brutta copia di sé (si veda il bellissimo secondo Batman e il brutto terzo capitolo). Interstellar si porta dietro tutte le ormai note debolezze dei suoi film: la saturazione di significati e chiavi di lettura che soffocano lo scorrere dell’emozione, le piccole cadute di stile dei dialoghi (“Eureka!”?), qualche buco di trama e la costante idea che tutto sia confezionato senza alcuna autenticità (Inception). Ho visto il film in 70mm, un formato sicuramente affascinante ma che ci fa rendere conto di quanto velocemente abbiamo dimenticato la pellicola e del perché l’abbiamo abbandonata. Eppure quest’ultima opera, per la quale nutrivo aspettative contrastanti, mi ha convinto a sufficienza da farmi uscire di sala più soddisfatto del previsto. È intrattenimento puro, molto caotico e “user friendly”, con battutine (pessime, ma proprio irritanti) e grandi idee visive (decisamente buone!). È un rompicapo involuto ma prevedibile nella struttura portante. La colonna sonora di Zimmer è sempre molto suggestiva anche se a volte anticipa, tramite mutamenti dell’atmosfera sonora, alcuni colpi di scena. Non un capolavoro, ma un buon film da conversazione con amici.

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Perché sono vicini?
Perché entrambi sono visioni affascinanti e riuscite sul tempo e sul suo scorrere. L’immagine analogica imperfetta di Interstellar è ormai molto lontana dal modo in cui siamo abituati a percepire le immagini su uno schermo. È apprezzabile il modo in cui Nolan, finalmente, si lascia andare ad un afflato romantico rispetto ad una tradizione classica del cinema. Quella che fermava il tempo sulla celluloide, che frammentava l’istante in fotogrammi. Interstellar è un film sullo spazio che può essere tenuto in mano sfiorando la pellicola in 70mm, è un film sul tempo che può essere frazionato in istanti. Ecco dove vince la fantascienza di Interstellar, nell’utilizzare lo spazio come strumento per raccontare il cinema, il tempo.
È proprio qui che l’epica di Nolan si fonde con quella di Linklater, con il racconto di una famiglia che diventa storia di un’America post undici settembre spaventata dal futuro. La minaccia della morte che schiaccia l’America negli anni del terrorismo è la stessa che schiaccia la madre del protagonista. Se il flusso dei giorni diventa quasi tangibile in Boyhood, in Interstellar è sfuggente, un rivolo d’acqua che può essere catturato, impresso su pellicola, ma mai fermato. Ecco perché ho scelto di accostare questi due lavori: perché guardando Boyhood mi sono sentito come Cooper, il protagonista di Interstellar, che guarda la vita dei suoi figli passare davanti ad un monitor.
E mi sono commosso, perché era vita vera.

Gabriele Lingiardi