Il gioco è bello quando… È la recensione di Hunger Games – Il canto della rivolta

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Hunger Games – Il canto della rivolta, di Francis Lawrence, 2014.

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Hunger Games Il canto della rivolta è un blockbuster atipico: lento, privo di grandi colpi di scena, pieno di “chiacchiere”. Un film dalle grandi ambizioni intellettuali che sembra più un film d’autore che parte di un franchise multimilionario. Un’opera con il coraggio di mostrare un arco narrativo discendente, in cui la protagonista esce dalla sua condizione di eroe inconsapevole solo per diventare una, più o meno volontaria, assassina. Che bella l’inquadratura finale, in cui gli occhi insanguinati mostrano l’ambiguità della rivoluzione: è una giusta causa o una follia? E qual è il prezzo da pagare per la libertà?
È notevole il coraggio del regista Francis Lawrence nel mostrare “i buoni” (concetto relativo nella saga di Hunger Games) agire come i terroristi nella vita reale. Capitol City è l’America, una società ipermedializzata, attratta dalla pornografia del vedere e succube ai messaggi subliminali impartiti dagli strumenti di comunicazione. Non c’è trama in questo film, o meglio non un arco narrativo completo (tra un anno uscirà la seconda parte) ma Lawrence riesce ad evitare le carenze narrative iniziando e concludendo un brillante discorso sull’influenza che la comunicazione ha nei processi politici. È questo Il canto della rivolta: una dimostrazione del potere delle immagini.
La storia inizia con i ribelli alla ricerca di un simbolo e Katniss, personaggio che nella grammatica del film rappresenta l’etica al di sopra degli ideali, si rivela inadatta a questo ruolo. Da questo punto la pellicola inizia a riflettere su se stessa (stiamo davvero vedendo un film di puro intrattenimento?), su come le immagini riescano a veicolare significati e ad influenzare la storia.
Non è un caso quindi che l’immagine della marcia del popolo contro il potere sembri il quarto stato, né che le minacce di Katniss ricordino i “sono ancora vivo” che Osama Bin Laden rivolgeva al mondo occidentale, o che i filmati che guidano la rivoluzione sembrino trailer del film stesso.
È straordinaria la Collins nel creare un’ambiguità veramente inusuale nel cinema americano. La protagonista femminile regredisce, smette di poter scegliere tra due tipi di uomo (tematica tipica della narrativa per giovani ragazze già vista in Twilight e simili) ma viene rifiutata da uno e diventa involontaria carnefice dell’altro. Se i personaggi di Prim e della Madre di Katniss restano troppo abbozzati e quasi odiosi, il film si giova di un ridimensionamento del personaggio di Stanley Tucci, volutamente fastidioso e ormai troppo sfruttato. Jennifer Lawrence fa un lavoro discreto ma non eccelso nel caratterizzare Katniss. Quello che vince è il lavoro fatto sulla storia, sui dialoghi e nelle scelte di regia: il climax finale è costruito con furbizia, giocando nel suggerire allo spettatore che qualcosa di brutto sta per accadere ma non facendolo accadere, per lo meno in questo film (non ho letto il libro). Resta il fatto che lo spettatore esce dalla sala con una sensazione di pericolo e incompletezza che destabilizza e inquieta.
Come sintetizzare la forza di questo film? In una scena molto importante Katniss deve attraversare un ospedale di fortuna, per fare sentire la sua vicinanza ai feriti. La cinepresa mostra l’ingresso della protagonista e il suo cammino tra la folla che la ignora, che pensa a curare le proprie ferite. Quanto sono labili i simboli di guerra e gli ideali per il popolo ferito. Non c’è cambiamento senza sofferenza, non c’è eroe senza peccato. Anche quando, alla fine di questa camminata della sofferenza Katniss viene riconosciuta, la promessa di un futuro migliore rimarrà vana. Almeno fino al prossimo film.

Mi è piaciuto:
L’evoluzione del discorso sulla comunicazione di guerra e la guerra di comunicazione.
Le scelte di regia parlano del mondo reale.
La struttura tipica del Blockbuster è più sfumata e spiazzante.
L’eroe è anche anti eroe.
Si pongono dubbi sul senso della rivolta.

Così così:
Le scene di Peta non sono efficaci come dovrebbero.
James Newton Howard, sempre bravo ma in questa serie meno ispirato del solito (nonostante resti ad alti livelli).
Soffre un po’ il fatto di essere un primo capitolo.

Non mi è piaciuto:
Serviva un po’più di azione per alleggerire un film pesante.
Prim e il gatto devono morire sbranati da un alien, per quanto mi riguarda.
C’è un personaggio muto molto interessante ma sfruttato poco.

Voto: 7.5

Criterio del voto: il primo Hunger Games si colloca tra il 7 e il 7,5; il secondo capitolo è un 6 a causa della struttura già vista. Battle Royale è un gran film da 8 (anche lui faceva un grande discorso sulla forza-follia dei personaggi).

A chi può piacere: a chi ama la saga, ma anche a chi non ha amato i primi due. Per tutti quelli che sono stufi dei soliti Blockbuster ma non vogliono andare per forza sul cinema d’autore francese.
Sconsigliato a chi vuole emozioni di pancia, epicità, e un ritmo incessante.

Gabriele Lingiardi