Cos’è la musica?

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Visto che con il nuovo aggiornamento si è aggiunta anche una sezione dedicata alla musica, vorrei in primo luogo cogliere l’occasione per farne una breve introduzione.

Il termine musica è entrato ormai nella quotidianità nel nostro linguaggio e, grazie all’avvento della tecnologia e dell’era digitale, la sentiamo ormai in ogni dove. Ma cos’è questa cosa che noi chiamiamo musica? E da dove deriva?

Se vogliamo dare una prima e superficiale definizione di musica, opterei per questa: la musica è l’arte dell’organizzazione dei suoni nel tempo e nello spazio. Questa breve e banale definizione ci dice già molto su ciò che fa la musica, ma se vogliamo comprenderne appieno il significato, dobbiamo tornare indietro nel tempo, indietro fino all’Antica Grecia.

Etimologicamente infatti il termine musica deriva dall’aggettivo greco mousikos: ciò che è relativo alle muse, o in altre parole: l’arte delle Muse. Le Muse, come tutti sappiamo, erano le divinità cui si appellavano i poeti affinché ispirassero il loro canto e conferissero a quest’ultimo armonia e potenza, donandogli una maggiore efficacia, diventando così depositario di verità. Proprio per questo in origine, il termine non indicava una particolare arte, bensì tutte le arti delle Muse, e si riferiva in particolar modo all’arte della perfezione. Solo con l’andare del tempo si perse questo significato originario, facendo sì che oggi ci riferiamo alla musica come all’arte dei suoni, all’arte attraverso la quale è possibile trasmettere il proprio essere. Perché è proprio questo ciò che fa la musica: esprimere i sentimenti, le emozioni e lo stato d’essere degli individui attraverso i suoni. Ed è proprio mentre l’epica classica tramontava che i suonatori divennero le nuove “Muse”. Furono proprio loro con i loro suoni e la loro poesia ad ispirare gli altri, ad esaltarli, trasportandoli nel divino.

Ma come mai questo cambiamento?

Beh, a mio avviso punto uno perché non tutti siamo bravi con le parole e punto secondo, pensateci bene, la musica arriva laddove le parole falliscono. Ai grandi compositori non servono infatti le parole per comunicare. Loro utilizzano il linguaggio più universale che esiste e che tutti posso capire: la musica per l’appunto. Prendiamo per esempio la sonata n. 14 di Beethoven, altrimenti conosciuta come Chiaro di Luna. In questa, Beethoven manifesta i suoi sentimenti verso una sua allieva di cui era innamorato. Non lo fa con le parole, ma con la dolcezza della musica.

Se poi si è bravi anche con le parole, ecco che nasce la canzone, dove i propri stati emotivi si manifestano però attraverso le parole. E dal mio punto di vista è proprio questo che fa perdere alla musica un po’ la sua trascendenza e per questo mi piace definirla come una sottocategoria della musica; una categoria meno universale, senza comunque nulla togliere alla sua poesia.

La musica quindi non passa per la sfera razionale della nostra mente, ma arriva direttamente a toccare il nostro animo, a commuovere i nostri sentimenti. Essa parte sì da un’organizzazione razionale, come la struttura, gli accordi, l’armonizzazione etc… ma tuttavia, riesce a trascendere tutto ciò. Lo stesso Schopenhauer (grande filosofo tedesco del XIX secolo) afferma:
“La musica oltrepassa le idee, è del tutto indipendente anche dal mondo fenomenico, semplicemente lo ignora, e in un certo modo potrebbe continuare ad esistere anche se il mondo non esistesse più: cosa che non si può dire delle altre arti. […]perciò l’effetto della musica è tanto più potente e penetrante di quello delle altre arti: perché queste esprimono solo l’ombra, mentre essa esprime l’essenza.”

La musica non è dunque un semplice insieme di suoni, ma è l’immagine dell’animo del compositore, è una parte di lui.

È la sinestesia del cuore.