Mommy: la recensione

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Mommy, di Xavier Dolan, 2014.

Ci sono film che hanno una potenza devastante, la forza di un’idea, di un’immagine, una suggestione che ti travolge e non ti lascia più. Ci sono film che raccontano la vita vera attraverso la finzione, che danno allo spettatore il ritmo dei personaggi. Mommy è uno di questi. Mommy è un capolavoro.

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Il film:

Xavier Dolan ha 25 anni, 5 film all’attivo, e gira film da storia del cinema con uno stile da futuro del cinema.

Mommy è un film duro, devastante e bellissimo. È la storia dalla madre, o meglio delle madri, di Steve, un ragazzo affetto da disturbo del comportamento oppositivo e della lotta che queste intraprendono contro quella che sarebbe la scelta più facile: l’internamento in un istituto, contro una vita passata a cercare di guarirlo o inserirlo nella società con i soli mezzi a disposizione di una madre.

Dolan sceglie di raccontare la storia di tre personaggi che hanno smesso da tempo di combattere i problemi ma che hanno iniziato a viverli, a renderli parte della propria vita. Ecco uno dei motivi per cui la scelta di girare quasi tutte le scene in un formato quadrato, quello delle Polaroid per intenderci, si distacca dal puro dato stilistico – la ricerca di originalità a tutti i costi- fino a diventare espediente artistico funzionale alla narrazione. Quello che vede lo spettatore non è altro che una gabbia opprimente, come la vita dei protagonisti. È una costrizione dello sguardo che guida l’occhio e lo costringe a soffermarsi sul dolore messo in scena. Un punto di vista molto simile a quello che Diane ha nella realtà del film: ella è “costretta” a fissare il suo sguardo sul figlio Steve, oltre il quale non c’è nulla se non il vuoto.

Ma Mommy non è solo un’esperienza sensoriale incredibile, è anche una grande prova di maestria nella messa in scena, un concentrato di invenzioni registiche incredibili (c’è il miglior uso delle canzoni di Andrea Bocelli e Celine Dion mai visto al cinema).

La trama è scarna ed essenziale come lo sono le normali giornate delle persone, perché il film non parla di altro che delle normali persone straordinarie. Geniale la trovata di inserire all’interno della dinamica madre-figlio un terzo personaggio, la vicina di casa balbuziente, la quale non è altro che la sintesi dei tratti dei singoli personaggi e la somma dei due. Come Diane Kyla è una madre, una figura di riferimento, un’educatrice. Come Steve è problematica, la balbuzie le impedisce di comunicare, a causa di una difficoltà nel gestire le proprie emozioni e di un’oppressione quale e contraria a quella degli altri due personaggi. Questo triangolo, sempre in tensione tra rapporto di utilità, amicizia e amore, riesce a trascinare lo spettatore in un vortice nel quale non si è chiamati a prendere le parti di nessuno ma, anzi, ad interrogarsi su sé stessi e sulle proprie condizioni.

Dolan parla della malattia con una maturità che sarebbe insolita per un regista quarantenne. Le scene sono orchestrate alla perfezione. La forza dirompente della storia rende questo capolavoro difficile, quasi impossibile da digerire per le persone emotivamente più sensibili, ma sicuramente indimenticabile.

75

Un approfondimento: 

La forza di un film come Mommy sta tutta nella carne. Nel fisico dei suoi protagonisti, ripresi in una gabbia in formato 1:1 che non lascia scampo. Un film di risate sguaiate e pianti disperati, di trucco che cola, di lampi di violenza. Un’opera corporea, che dilata lo schermo assieme alle prospettive di vita dei protagonisti e porta lo spettatore ad immergersi nella storia come raramente succede. La cinepresa gioca su contrasti sensoriali: da un lato alterna stacchi netti tra un’inquadratura e l’altra a lunghi carrelli o movimenti fluidi circolari. Il vicino, rappresentato dai numerosi primi piani o dettagli, si allontana raramente, ma quando lo fa diventa evidente la ragione della scelta di schiacciare le immagini addosso ai protagonisti. I suoni, a volte assordanti, sono spesso rappresentati dal punto di vista di Steve. La musica, quasi sempre diegetica, passa dall’essere un accompagnamento per le scene più coreografiche (bellissimo il ballo con il carrello della spesa) ad essere parte integrante nella dinamica della scena: “Vivo per lei”, ad esempio, è la vera e propria protagonista di una scena. Le parole del testo acquistano significato quando associate alle immagini in soggettiva del ragazzo. La musica è una delle vie di fuga che vengono ricercate, come suggerisce il maestoso finale, dagli oppressi ma è anche ritmo e sentimento. E così è anche il montaggio, sempre al servizio del ritmo del film, incessante nei suoi picchi di velocità e crudele nei suoi bruschi rallentamenti.

Difficile trovare dei difetti a Mommy: forse in pochissimi istanti la ricerca stilistica allontana dalla storia così come si intravede forse un po’ troppo autocompiacimento. Ma non c’è altro.

Nel dettaglio: 

Sarebbero tante le cose da dire, tante le scene da studiare. Uno dei numerosi momenti che non si dimenticano è la prima “apertura” della cornice visiva e il passaggio da un’immagine 1:1 a 16:9. Le mani del protagonista sfiorano i bordi dello schermo in un’inquadratura frontale (e quindi a ridosso dello spettatore) e ne aprono il campo visivo. È il primo momento di gioia dopo tanta sofferenza. Una rappresentazione eccezionale del sentimento di libertà che è tipico della spensieratezza, della felicità. Per la prima volta le due mamme di Steve non devono più fissare il loro sguardo su di lui ma possono “guardare ai lati” della loro vita: agli altri, agli eventi collaterali, e non al centro di sé. La chiusura della finestra cinematografica implica un ritorno nel buio di un’esistenza “schiacciata”.

Sarebbe piaciuto ad Hitchcock questo piccolo grande film che costringe lo spettatore ad essere come Jeff de La Finestra sul Cortile: seduto ad osservare dal tondo del binocolo la vita altrui, quella vera e solo apparentemente lontana.

Voto: 9

Criterio del voto: non so a che film paragonarlo e forse è proprio questa la sua forza, ci sono molti film con una struttura narrativa simile ma nessuno è all’altezza. Prendete l’ottavo giorno (la trama è a grandi linee la stessa): una schifezza da 2.

A chi può piacere: nonostante sia il film che tutti devono vedere Mommy non è una pellicola per tutti. Il contenuto emotivo è così forte che potrebbe rendere difficile la visione agli spettatori più sensibili. Non è un film violento, non è “pesante” cinefilia, è un’esperienza che scuote per ore e non lascia indifferenti.

Gabriele Lingiardi