Adieu au Langage – Addio al linguaggio. La Recensione.

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Adieu au Langage, di Jean-Luc Godard, 2014

Non c’è cosa più difficile che fare un’analisi critica di un maestro indiscusso del cinema. Poiché in questo caso il maestro è Jean-Luc Godard mi sento ancora più in imbarazzo. Iniziamo subito con le scuse a voi lettori: è fuori di dubbio che, per quanto mi sforzi, io non abbia una conoscenza della storia del cinema adeguata per comprendere appieno il significato storico e artistico dell’opera di cui sto scrivendo. Parlerò dunque prima seguendo un mio personale tentativo di lettura critica e poi proverò ad esprimere il mio sentimento da spettatore, da appassionato in ricerca del film perfetto, dell’emozione definitiva. Perciò ad Addio al linguaggio io dico sì. Seguito da un forte no!

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Il punto di vista di un critico…

Quello di cui sto parlando non è un film tradizionale, un’opera narrativa con un filo logico, una trama. Godard ha impressionato su pellicola una serie di suggestioni, di immagini paracinematografiche finalizzate a comporre una provocazione artistica veramente sconvolgente. Adieu au langage altro non è che il commiato di un maestro nei confronti dello stile e della “grammatica” che per anni l’hanno accompagnato nella carriera di cineasta. Inutile cercare significati definiti tra le pieghe dell’esile trama. Guardando questa opera ci troviamo di fronte ad un moltiplicarsi incessante dei punti di vista, delle percezioni, delle emozioni volte a ricostruire una cornice di senso soggettiva e personale. Le immagini di paesaggi si alternano con discussioni e riflessioni erudite; legati dal vagare di un cane i fotogrammi vengono proiettati come quadri astratti, macchie di colore su uno schermo… O una tela. Il regista porta alla luce uno stile anarchico che sovverte le regole tradizionali e non prova vergogna nel mostrare l’artificio cinematografico (capita di vedere l’ombra della cinepresa in qualche immagine). Le parole si fondono all’immagine e scompaiono. È la nascita di un nuovo modo di comunicare. Il cinema di Godard perde la sua parola. Quando non c’è più un linguaggio tutto è significato. E se tutto è significato allora, forse, non ci resta più niente da comunicare.

…che diventa quello di uno spettatore.

L’artista mette davanti alla violenza del nulla. Il saluto diventa stizza, protesta. Godard cita filosofi, autori, pittori, registi, compone le immagini come quadri impressionisti o come rumori digitali che vanno a formare quadri aleatori. Muore la linearità e l’immagine si frammenta. Bisogna perdersi nell’immagine, perdersi nell’infinito dell’insensatezza o del significato difficilmente raggiungibile. Adieu au langage, dicevo, non è quindi un film ma un’opera di videoarte; un esperimento vicino a quelli di Nam June Paik o degli autori surrealisti (in certi momenti la percezione spettatoriale si avvicina molto all’esperienza del sogno).

Di fronte a questo esperimento (auto)distruttivo viene da chiedersi che parte abbiamo noi, noi spettatori, noi interlocutori finali del regista. Nessuna.

Cosa ne penso quindi?

Non sono riuscito ad apprezzare questa, pur coraggiosa, opera.

Perché Godard ha girato un film che non parla ma volta le spalle, mostra una faccia della realtà ma la complica e la allontana al tempo stesso. Non è cinema l’addio al linguaggio di Godard: è una resa del genio di fronte al grande paradosso dell’arte, che da sempre si compone di razionalità e follia, controllo e passione. È un’affermazione di autorialità così forte da arrivare a negare sé stessa.

Questo è il passo che avvicina alla conclusione di una carriera, un saluto che pretende di essere anche un nuovo incontro, una dichiarazione di amore verso il video (mezzo) ma di odio verso il cinema (discorso). Un messaggio senza parole che scuote sì ma non comunica, che cambia tutto solo alla maniera del Gattopardo. Una protesta estremamente originale che si appoggia alla più banale delle idee.
Inventate parole nuove…ma non smettete di parlare!

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Voto: n.d

Criterio del voto: un’opera troppo complessa per essere valutata. Si presta più a un dibattito sull’arte che ad un giudizio estetico.

A chi può piacere: lo consiglio a chi vuole riflettere ma non agli intellettuali, no, a loro no. Mi piacerebbe che i ruoli si invertissero per una volta… Che lo spettatore occasionale vedesse film come questi e che i filosofi ad ogni costo vedessero il peggiore film di esplosioni alla Michael Bay. Il cinema cambierebbe.

Gabriele Lingiardi