l’imprevedibile recensione di Birdman

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Birdman o l’imprevedibile virtù dell’ignoranza, di Alejandro González Inárritu, 2015

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Birdman (o l’imprevedibile virtù dell’ignoranza) è un lungo sogno, un respiro senza fine, in cui realtà e finzione si fondono per parlare di ciò che è terrestre per eccellenza: l’io, l’ego che parla a ciascuno di noi.
Inárritu racconta la storia di un attore in crisi dopo avere interpretato per anni un supereroe, Birdman appunto, e del suo tentativo disperato di raddrizzare una carriera ormai agli sgoccioli. Il teatro è la sua ultima speranza, l’opera che metterà in scena dovrà essere perfetta… ma tutto sembra andare storto.
Birdman è uno di quei rari film, per Hollywood, che sono più della loro trama. Inárritu, con una sensibilità invidiabile, gioca con le regole e i topoi del cinema moderno. La regia dondola tra un costante allontanarsi dalla storia, un movimento straniante per lo spettatore che si ritrova in un universo sensoriale lontano da quello usuale del cinema statunitense, e un ritorno alle atmosfere più conosciute. Un viaggio altalenante quindi, tra partenze e ritorni a casa. La scelta di narrare la vicenda utilizzando quasi solo un (falso) piano sequenza porta la visione a muoversi non soltanto sulla superficie dello schermo ma anche nella profondità del set. Un estremo realismo che viene coniugato con le più inverosimili e geniali invenzioni di regia: Inárritu si inventa un paio di ellissi temporali rese senza stacchi di inquadratura che alterano lo scorrere del tempo. Le dissolvenze vengono rese in piano sequenza tramite fumo di scena. Filmico e profilmico si fondono e lo spettatore non è più in sala, ma nella mente di un bravo Michael Keaton, Birdman, o meglio… Batman.
Reale e finzione: l’uno attrae l’altro come la cinepresa e i personaggi che essa segue vengono attratti dal palcoscenico. Si cammina molto in Birdman, spesso senza muoversi, in un eterno ritorno dei personaggi alla propria casa, quel palcoscenico che dà vita. Come per il personaggio di Mike, interpretato da Edward Norton, la vera vita è nella finzione, così tutti gli altri personaggi si rifugiano in una realtà mentale fatta di quella adorabile menzogna che è l’interpretare qualcun’altro.
Non è un film facile Birdman né perfetto: su molti aspetti viene calcata troppo la mano, la carne al fuoco è forse troppa e non sempre i discorsi iniziati riescono a giungere a una conclusione soddisfacente. Il finale poi farà molto discutere e dividerà. Quello che resta negli occhi è però un film inusuale e di grandissima qualità (a tal proposito voglio fare notare quanto quest’anno la qualità globale dei film candidati all’oscar sia molto alta) che si presta a lunghe analisi e studi da parte di chiunque voglia imparare a fare cinema, a vivere di questo e ad amarlo.

Gabriele Lingiardi