Vizio di Forma, la recensione Freudiana.

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Vizio di forma, Di Paul Thomas Anderson, 2015

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È quasi impossibile riassumere in poche righe l’involuta e complessa trama di Inherent Vice (Vizio di Forma, tradotto) ma forse non è questo il bello del film di Paul Thomas Anderson.
La storia Freudiana di Larry “Doc” Sportello (interpretato magistralmente da Joaquin Phoenix) e Christian “Bigfoot” Bjornsen (un altrettanto bravo Josh Brolin), mischia i generi cinematografici come le sensazioni e le emozioni dilazionandole in un caleidoscopico affresco di figure e caratteri estremamente diversi tra di loro ma anche molto vicini. È grazie a questa ambiguità che Anderson riesce a vincere ancora una volta: lasciando il dubbio che tutta la vicenda sia quasi un’emanazione, un grosso trip, della mente di Doc.


Come nelle migliori storie poliziesche il conflitto tra i due protagonisti, che conducono l’indagine, nasce da una voglia di affermazione e sopraffazione sessuale. Ed è divertente (e inquietante allo stesso temp) vedere quanto l’identità sessuale non serva mai a collocare i personaggi in un determinato ruolo di genere: bellissima la scena in cui il duro Bigfoot sorride compiaciuto quando sua moglie riesce a dire ciò che lui non è mai riuscito ad esprimere. Egli ha tenuto dentro di sé la frustrazione verso un sistema che ha più volte umiliato i suoi sogni e il suo sorriso, mentre la moglie “sgrida” gli interlocutori del marito al telefono, è di un’efficacia straordinaria. Bellissimo anche il dialogo tra lui e Doc, in cui il campo-controcampo fa intendere di essere nell’ufficio piccolo e privato di Bigfoot salvo poi mostrare, in un piano medio, che l’ufficio non è altro che un tavolo in una stanza piena di altri funzionari.
In Vizio di Forma i personaggi si rendono conto continuamente di essere inadeguati al loro ruolo, di non avere sufficiente spazio nella storia o di averne troppo (come il Coy Harlinger di Owen Wilson, sempre in fuga dalla cinepresa).
E poi c’è Shasta. Shasta è un personaggio eccezionale. Fantasma e carne. Illumina la scena, lo spazio blu di Doc con il suo rosso acceso, un Deus ex machina che accomuna tutte le scelte irrazionali dei protagonisti. La prima di un pantheon di personaggi femminili forti, più forti degli uomini che sotto la ricerca di virilità restano bambini.
Vizio di Forma è un film difficile, faticoso, estenuante e neanche così piacevole da vedere. Non è perfetto, è strabordante e pieno di sé, a volte noioso e antipatico. Ma è un film che si attacca alla pelle e non lascia più.

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Voto: difficile da assegnare, sicuramente più che buono.

Consigliato a: a chi non vuole rilassarsi in sala ma affrontare un viaggio estenuante che, come ogni cammino faticoso, regala grandi soddisfazioni all’arrivo. A chi non ha intenzione di distrarsi per mezzo secondo.

Altre cose a cui fare attenzione: oltre alla caratterizzazione dei personaggi nello spazio (come scritto in recensione) la trama merita di essere seguita e compresa sotto ognuno dei molteplici strati. La fotografia: la mia sensazione è che ogni personaggio abbia un colore dominante, ma dovrei rivederlo.

La colonna sonora: magari vedendo il film non ce ne si accorge ma è proprio bella!

Gabriele Lingiardi