Una recensione Fast… And Furious 7

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Furious 7, di James Wan, 2015

Mi chiedo se la gente creda ancora che l’eroe agonizzante a terra dopo uno scontro all’ultimo sangue, con gli amici che cercano di risvegliarlo disperatamente, mentre il film entra nei suoi ultimi 15 minuti, possa veramente morire.

Se così fosse non sarebbero affatto sorprendenti la gloria e gli onori attribuiti a James Wan. E invece sorprendono eccome.

Non che Fast and Furious 7 sia un brutto film, intendiamoci: se si sa cosa si sta andando a vedere ci si può divertire da matti per due ore.

Se si è persone noiose come me solo per la prima ora.

Generalmente non si possono attribuire eccessive colpe a questa pellicola, non ci sono errori grossolani, momenti non riusciti o di stanca. Quello che delude è però che, a fronte di un’equilibrio formale e stilistico molto forte, non ci sono quei guizzi di genio, di improvvisazione, che il genere permette.

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Certo, The Rock che spezza il gesso al braccio facendo il muscolo è esaltante, le auto paracadutate e la conseguente scena di inseguimento sono appassionanti ma sono messe in scena con una canonicità deludente. Per quanto sia difficile fare un buon montaggio veloce in molti sono bravi a fare un buon montaggio veloce. Accostare le immagini con inventiva… Quello è arte.

James Wan monta benissimo il ritmo ma, per fare un esempio, non ha l’accortezza di lasciarci gustare in un’unica inquadratura senza stacchi i numeri acrobatici di Tony Jaa. Dopo pochi minuti di film emerge la consapevolezza che non siamo davanti ad un grande regista ma ad un grande cameraman. Una persona che conosce i canoni del genere alla perfezione ed è in grado di gestire una messa in scena ottimale senza però portare uno stile personale, una propria originalità, nel lavoro.

“Attaccare” la cinepresa ai personaggi, ribaltandola con essi, è una bella trovata ripetuta troppo spesso. Come se scrivendo questa recensione io cominciassi a ripetere la stessa figura retorica ogni paragrafo, immaginatevi che appesantimento. I movimenti sul parallasse, belli, ma presi dal criticatissimo Michael Bay, forse colui che ha usato maggiormente questa tecnica, ancora una cifra stilistica non originale.

Azione-reazione: master esterno, sguardo torvo, mano sul cambio, piede sull’accelleratore, faccia concentrata, campo medio in partenza, dettaglio sul cambio e così via… Così avrebbe ripreso la scena un qualsiasi regista di Hollywood, e Wan è un bravo regista qualsiasi. Potrei andare avanti ancora ma è tempo di parlare del film, il mio amore\odio per Wan è sufficientemente chiaro.

Il film, dicevo, non sorprende ma non infastidisce. Di buono c’è sicuramente un finale emotivamente toccante grazie alla morte (reale) di Paul Walker, in cui i personaggi stessi sembrano essere consapevoli del cambio di strada del loro amico/personaggio/attore. Un’emozione, sia chiaro, assolutamente non raffinata (i sentimenti, anche nello spettatore, sono tutti affettatissimi: ci viene costantemente suggerito che tipo di brivido provare) ma piacevolmente proveniente dalla storia e non, per una volta, dalla sua spettacolarità.

Purtroppo la struttura stessa della trama, eccessivamente marcata in blocchi narrativi buoni per inserire gli spot TV non aiuta. C’è una missione da fare, pianificano, eseguono, c’è un problema, inizia una seconda missione. Una volta capito il gioco si possono prevedere persino le battute.

Un grande pregio però c’è in questo Furious 7: non si ferma mai. La tensione c’è ed è decisamente costante. Il tasso di spettacolarità è alto e gli effetti sonori sono avvolgenti.

Che giudizio dare allora? Non resta che ammettere, al netto delle analisi, la cosa più ovvia: siamo davanti ad un guilty pleasure onesto, dai pregi riconosciuti e dai difetti che non vogliono, e forse non devono, essere superati.

Non c’è velocità, non c’è furia, senza un paio di brutti dialoghi. E a noi piace così!

Prendere o lasciare.

Gabriele Lingiardi