Recensione: Jurassic World

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Jurassic World, di Colin Trevorrow, 2015.

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Il cognome del Mosasauro è Spoiler

Dopo una lunga pausa rieccomi più carico che mai. Come da tradizione durante la stagione estiva cercherò di scrivere post più brevi, sintetici per facilitare la lettura sotto l’ombrellone.

Mi sono preso qualche giorno di sospensione del giudizio dopo avere visto Jurassic World, non tanto per scarso gradimento ma perché non riuscivo a capire se quello che parlava dentro di me era il bambino che entrava in sala a guardare Il Mondo Perduto dopo avere consumato il VHS del primo Jurassic Park o era l’appassionato di cinema che sono ora all’età di 23 anni.

Secondo il bambino che è in me Colin Trevorrow è riuscito a creare un’operazione nostalgia riuscita. Un giusto compromesso tra un sequel e un reboot.

È sorprendente quanto i dinosauri non tramontino mai: il fascino di un T-Rex furioso non viene intaccato neanche da questa fase cinematografica di sontuose creature digitali. Il primo Jurassic Park era un precursore della potenza visiva che sarebbe arrivata nei decenni successivi ed era pressoché impossibile raggiungere quel senso di meraviglia con questo quarto film. Eppure, pochi minuti dall’inizio del film, quel volo ad “Occhio di Dio” sul parco e sulle attrazioni riesce a rendere parte della freschezza posseduta dal film di Spielberg. Saranno i primi piani ai personaggi meravigliati, la buona qualità degli effetti visivi o l’identificazione tra la cinepresa e lo sguardo del bambino ma appena il parco apre diventiamo tutti dei curiosi visitatori.

Il critico che è in me ribatte però che, una volta perso l’entusiasmo iniziale, il film si prolunga in un finale molto telefonato e confuso in cui  la voglia di mostrare tutto e di più prende il sopravvento sul senso di mistero e meraviglia. Gli spettacolari combattimenti tra dinosauri perdono ogni credibilità e la percezione che i personaggi stiano scappando da un “nulla in CGI” è sempre molto forte. Ci sono, come sempre, le solite implausibilità evitabili: come lunghe corse sui tacchi che neanche un equilibrista sarebbe in grado di portare a termine, le sfortune o fortune dei personaggi assegnate sulla base dell’età, dell’appartenenza etnica e della posizione sociale (affaristi di mezza età, donne ricche e antipatiche, attenzione! Se siete dei bambini invece potete stare tranquilli che vi andrà sempre tutto alla grande). Ci sono colpi di scena che possono essere previsti vedendo i trailer e una tensione mai realmente concreta.

È un peccato che il terzo atto del film rovini tutto il bel lavoro fatto nella prima parte (sembra una moda di tutti i Blockbuster moderni avere un finale debole), soprattutto perché non riesce a dare la profondità che meriterebbe la metafora di fondo del film. Trevorrow imposta infatti la descrizione del parco come equivalente simbolico dell’industria cinematografica non che dell’apparato filmico. C’è una cabina di regia, c’è un pubblico che vuole vedere dinosauri sempre più grossi e costosi. I regimi di visione sono molteplici e tutti presentano il filtro di uno schermo, spesso di vetro, attraverso cui i visitatori possono osservare lo spettacolo in totale sicurezza. È proprio quando questa sicurezza viene meno e la quarta parete viene rotta dall’artiglio di un dinosauro che il discorso si arena e si perde in un fuggi fuggi generale.

Forse, viene da pensare, sarebbe stato più interessante indagare come il potere ipnotico della visione influisca sulla nostra percezione del pericolo. È interessante come, appena diffuso l’allarme e l’ordine di evacuazione, la gente non si sentisse affatto in pericolo e volesse continuare a provare esperienze estreme nelle attrazioni. Il cinema (il parco) che si confonde con la realtà (il pericolo reale), anche se per poco.

Purtroppo Jurassic World perde l’attenzione alla storia collettiva man mano che si avvicina al finale, sacrificandola per il -canonico- racconto delle gesta eroiche dei protagonisti. Nulla per cui dispiacersi eccessivamente ma, forse, un’occasione sprecata.

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Giudizio: un buon intrattenimento con all’interno i semi per diventare qualcosa di ancora più interessante. Peccato non vengano coltivati.