Pixels – La recensione sgranata.

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Pixels, di Chris Columbus, 2015

Pixels sembra girato con una cinepresa sola.

Ci sono campi e contro campi in cui i personaggi differiscono leggermente da un’inquadratura all’altra. Ci sono movimenti di macchina goffi e inespressivi che sembrano servire solamente a rattoppare la continuità filmica. Una messa in scena quasi televisiva, mai funzionale al racconto.

A dire il vero, Pixels sembra girato anche da tre registi diversi tutti nella loro forma peggiore.

 

Il primo è Adam Sandler, storicamente garanzia di infamia, antipatico senza speranza di redenzione. Se i grandi comici sono coloro che prendono in giro in primo luogo se stessi, Sandler appartiene a tutt’altra categoria. Egli accentra ogni livello del film (storia, battute, ritmo) su di sé. Un attore che strabocca e si impossessa della narrazione, dimenticandosi di essere strumento di un messaggio e non il messaggio stesso. Il risultato è una inevitabile spocchia che non porta ad alcun esito comico.

Il secondo colpevole è Chris Columbus, il “vero” regista (così dicono i credits), autore tanto bravo a gestire le proprie idee di sceneggiatura (sua l’idea dei Gremlins, per dirne una) quanto incapace di controllare un set schizofrenico come quello di Pixels, pieno di anime contrastanti e difficili da domare.

C’è poi la Sony, lo studios, con i suoi assurdi meccanismi produttivi. Guardando Pixels si percepisce la mano della produzione non tanto nei tagli o nelle modifiche al film ma nel modus operandi con cui è stato costruito il film. Il recente revival della moda anni ’80 e il ritorno al cinema di quella generazione di spettatori ha chiaramente messo l’acquolina in bocca a questa casa di produzione ancora in cerca del suo vero primo successo commerciale. Ma la fretta o l’incuria hanno portato all’approvazione di una sceneggiatura chiaramente non rivista e limata ma ferma alla “buona idea”. La smania di trovare il proprio franchise, senza però possedere un quantitativo di denaro tale da creare un prodotto a prova di bomba, ha avuto come conseguenza la scelta di un cast completamente sbagliato la cui logica intravista è quella di sommare differenti star powers e catturare il pubblico più ampio. Adam Sandler ha il suo pubblico; in calo ma piuttosto fedele. Peter Dinklage è un volto noto nella commedia raffinata (ma questo Pixels è assai lontano dal bel Funeral Party) e nella tv. Columbus sceglie quindi di fargli interpretare un Tyrion Lannister moderno, totalmente fuori luogo nell’atmosfera del film. Persino il suo nanismo non viene sfruttato a dovere tant’è che il più delle volte viene inquadrato dal basso verso l’alto, riempiendo lo schermo con la sua figura e annullando così ogni possibile contrasto comico del’ “uomo duro dalla statura di un bambino”.

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Ogni altro attore interpreta una figura stereotipica. L’idea del nerd come infante nel corpo di adulto viene appiccicata ad ogni personaggio (anche al presidente degli Stati Uniti, forse uno dei pochi tentativi di fare satira vera del film) senza che vengano mai approfondite le ragioni di questo modo d’essere. La comicità non si appoggia mai ai personaggi rendendoli così idioti senza uno scopo.

L’azione manca totalmente di ritmo e la struttura narrativa a video game, sviluppata su più quadri pressoché indipendenti l’uno dall’altro come i livelli di un vecchio Arcade, anestetizza qualsiasi emozione per le vicende mostrate.

Difficile decidere cosa salvare da questo film, forse solo il suo essere innocuo, adatto a qualche ora di nulla cognitivo. Resta il fatto che delle enormi potenzialità del progetto non ne rimane nulla, se non una pallida ombra.

Peccato.

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Voto: 3.5

Consigliato a: per tutti coloro che vogliono godersi l’aria condizionata del cinema senza la minima pretesa di impegno. Non un film fastidioso, semplicemente molto inutile.

Gabriele Lingiardi