A War (Krigen) la recensione da Venezia

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A War, di Tobias Lindholm, 2015

Presentato nella sezione orizzonti Krigen è un racconto di guerra o meglio delle guerre combattute giornalmente sia sui luoghi dei conflitti che nella quotidianità. Il regista, Tobias Lindholm contrappone il punto di vista di un soldato, sempre al centro del conflitto e di sua moglie, marginale e lontana dalle operazioni belliche ma coinvolta dal conflitto nella quotidianità.

Il film attinge spesso dall’immaginario filmico sulla guerra: da The Hurt Locker al più recente American Sniper emulato sia nelle situazioni che nell’aspetto del protagonista. Dove però Clint Eastwood calcava la mano Lindholm rallenta e de enfatizza. Sparare a un terrorista rischiando di coinvolgere un bambino diventa una azione quotidiana, eseguita con freddezza. Rispetto al film americano Krigen valorizza la figura femminile, si interessa maggiormente non in funzione del suo carattere ma come contrappunto di trama. La guerra del titolo non è solo quella combattuta con le armi ma anche quella quotidiana dell’educare i figli nell’assenza del padre, del prendersi cura di loro.
Ecco allora che il film guadagna uno spirito proprio grazie all’alternanza tra la vita di un soldato è quella della sua famiglia mostrando e dimostrando come la guerra non resti confinata ai campi di battaglia ma entri nelle case e negli animi.
Quando le due storie si incontrano la sceneggiatura vira bruscamente verso il dramma giudiziario mantenendo però la freddezza e la de spettacolarizzazione delle armi. Il terzo conflitto che i personaggi devono affrontare, questa volta tutti assieme, è quello con le conseguenze delle proprie azioni. La risoluzione è destinata a rimanere aperta verso una quarta forma di battaglia: quella con la propria coscienza. Emblematico in tal senso è il breve istante in cui Claus, il soldato, guarda i piedi del figlio addormentato e inorridisce al pensiero di quelli che, con i suoi ordini, ha staccato ai bambini in guerra.
Peccato quindi che il ritmo lento del film non riesca a reggere tutta la durata e che la freddezza realistica non riesca a tradursi mai nell’impressione di realtà. La regia non riesce a togliere l’impressione di essere sovrastata da ciò che vuole dire rispetto a come vuole dirlo. Si vorrebbero stimolare domande (e in parte ci riesce) ma si lascia la sala con l’impressione che queste riflessioni siano state forzatamente guidate entro binari ormai troppo collaudati.

Voto approssimativo: 7

Accoglienza: buona, qualche minuto di applauso.

Consigliato a: coloro che amano i film di guerra lenti e riflessivi. Per chi cerca un racconto con i criteri etici (bene/male) più sfumati rispetto alla maggior parte dei film bellici.