Janis la recensione da Venezia 72

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Janis, di Amy Berg, 2015

Nonostante la veste formale classica Janis di Amy Berg è un viaggio emotivo, forse anche più che emozionante, all’interno dei lati più misteriosi del carattere della cantante. La narrazione si sviluppa con il massimo della linearità partendo dalle origini fino alla morte della ragazza. Quello che sembra interessare alla Berg non è tanto la parabola artistica quanto le ragioni di quest’arte.

In più punti il documentario prende una piega riflessiva e interiore cercando di capire come il mondo cantato nelle canzoni fosse veramente uno specchio dei suoi dolori mai guariti. Il ragionamento muove attorno a un punto focale: Janis ha sempre avuto un rapporto complesso con il suo corpo, a partire dall’elezione, scherzosa, a ‘uomo più brutto del college’. Il proprio limite, il difetto umano, sono secondo la regista i suoi principali avversari, gli ostacoli che si ritroverà per tutta la vita senza riuscire a scrollarseli mai di dosso. La dipendenza dall’eroina viene legata proprio a questa solitudine, all’impossibilità di rapporti fissi non solo con le persone ma anche con la band. I legami affettivi risuonano dalle parole della Joplin stessa come un ostacolo al superamento dei propri limiti (lasciare il gruppo storico, la famiglia musicale, per potere andare sempre più in alto anche a costo di precipitare) e come una richiesta mai soddisfatta (“non sai quanto è difficile essere me”).
Janis è un documentario molto intelligente e furbo, che sa catturare l’attenzione grazie al fascino della sua protagonista. Nonostante non inventi nulla formalmente e ceda in parte alla tentazione di fare un’agiografia in cui ci sono solo vittime e non colpevoli, il film riesce a mantenere un buon ritmo e ad emozionare. Difficile dire quanto il successo di questo documentario sia merito del talento straordinario di una delle voci più importanti degli anni ’60 o quanto sia parte dell’intuizione registica che la sa valorizzare, fatto sta che siamo davanti a una bella dichiarazione d’amore e a un buon film.

Voto sintetico: 7.5

Consigliato: ai fan di Janis Joplin, troveranno sicuramente pane per i loro denti. Si riesce a percepire la passione della regista per la musica soul che viene raccontata e ascoltata con cura. Sconsigliato a chi cerca qualcosa di più di un documentario su un cantante, è giusto aspettarselo ma è anche lecito non averlo.

Accoglienza: molto buona. Commozione tra il pubblico e un buon entusiasmo all’uscita.

Gabriele Lingiardi