Man Down la recensione da Venezia 72

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Man Down, di Dito Montiel, 2015

Sembra un po’ uno star vehicle questo Man Down tutto concentrato sul suo protagonista e attento a sottolinearne ogni sfumatura emotiva. Un tentativo di risollevare la carriera di Shia LaBeouf, ex star di Transformers, antipatico -a quanto pare- a molti. Alla regia Dito Montiel di Guida per riconoscere i tuoi santi.

Difficile parlare di Man Down senza incorrere in spiacevoli spoiler. Quello che si può dire senza rovinare alcuna sorpresa è che la trama non è all’altezza dello spunto da cui parte e si sviluppa lungo un tragitto pieno di scossoni tutti ampiamente prevedibili è previsti.
Simile per tematica a Krigen, Man Down racconta la guerra lungo tre fronti: il passato remoto, in cui il protagonista deve addestrarsi e salutare la famiglia prima di partire a caccia di terroristi. Il passato prossimo della guerra, forse la parte più spettacolare, nonostante evidenti problemi di budget. Infine il presente, in cui le conseguenze della guerra si sono riversate sull’animo del soldato e sull’America stessa. Gabriel Drummer, il protagonista, si muove in uno scenario apocalittico alla ricerca del figlio tenuto in ostaggio da misteriosi contagiati. Che cosa ha visto Gabriel durante la guerra? Perché sembra che la parziale distruzione degli Stati Uniti sia diretta conseguenza di un suo segreto?
Il concept è sicuramente molto interessante ma Montiel fatica a sviluppare un’estetica propria (nelle scene apocalittiche sembra di vedere The Walking Dead). La tensione vuole essere mantenuta alta per tutto il tempo del film ma viene martoriata da uno sviluppo troppo prevedibile della trama. Il film è quindi un prodotto di eccellente intrattenimento purtroppo molto confuso nel tirare le fila del discorso. Se l’obiettivo era raccontare come un soldato vive gli orrori della guerra nel proprio animo allora Montiel lo fa con il massimo delle forzature sentimentali, ricatti emotivi in piena regola (“Man Down” significa “ti “voglio bene” in un linguaggio in codice tra padre e figlio e non è difficile intuire quando verrà pronunciata).
Kate Mara non spicca particolarmente nei panni della moglie del soldato. Sembra che gli americani si dimentichino sempre di dare profondità a questo ruolo (cosa che l’affine Krigen invece faceva bene).
Difficile quindi dare un giudizio netto a Man Down: sicuramente è un’opera di intrattenimento di qualità media che non possiede quel grado di sensibilità che ci si aspetterebbe in un festival.

Voto: 6,5

Consigliato a: il pubblico che cerca film d’azione intelligenti, che non spengono completamente il cervello e divertono.

Accoglienza: lacrime e commozione soprattutto da parte del cast, metà pubblico contento, metà per niente.

Gabriele Lingiardi