Island City recensione da Venezia 72

Standard

Island City, di Ruchika Oberoi, 2015

12007177_10207985613266877_1898899973_nProduzione indiana simpatica e sorprendente. Sulla scia di Black Mirror il racconto si sviluppa attraverso tre episodi legati da un debole filo di trama, ma da grandi analogie tematiche (quali? Tecnologia ed effetti). Un impiegato dedito al lavoro viene costretto dal proprio capo a divertirsi a tutti i costi seguendo un percorso a tappe ideato dall’azienda, quando la sua busta verrà scambiata con quella di un terrorista la giornata diventerà la curiosa, comica, grottesca, preparazione di un attentato.

Nella seconda storia una famiglia sta per perdere il padre, per affrontare il dolore acquistano una TV che li assorbirà a tal punto da ribaltare tutti i valori e ad incanalare il dolore per il familiare sofferente verso un santone protagonista di una telenovela. Infine una donna, promessa sposa infelice,riceve una lettera d’amore misteriosa. Chi sarà il suo amante per cui lei è disposta a lasciare tutto? La risposta potrebbe non essere quella che si pensa.
Finalmente un film cattivo al lido. Sotto il velo di buon umore e allegria tipica del cinema indiano Island City descrive un’India in forte cambiamento verso scenari quasi fantascientifici. Il futuro che si sta prospettando è di forte disumanizzazione in cui le tecnologie incontrollate controllano e manipolano la qualità delle vite. Non un capolavoro purtroppo: il primo episodio è di gran lunga il più graffiante ma gli altri due manifestano segni di stanchezza. Quello che però rimane è uno sguardo diverso, originale, ben scritto nei confronti di un tema, quello della tecnologia, affrontato spesso con superficialità. La sensibilità lontana da quella americana o europea riesce a rendere interessante questo prodotto. Certo, molte sfumature e certe scelte sono difficili da comprendere se si è lontani dalla cultura indiana ma è proprio questo il bello di un festival di portata mondiale: trovare nuovi approcci, nuovi stili e autori.
La regista, Ruchika Oberoi, infonde nella sua opera un umorismo non sempre affine ai canoni occidentali e lo mischia con un pessimismo che rende questo film non triste, non depresso, semplicemente cattivo.

Voto: 7,5

Consigliato a: chi vuole sperimentare nuovi modi di fare cinema senza paura di dovere colmare dei vuoti culturali.

Accoglienza: più che buona, chi non gradiva il film è uscito alla fine del primo episodio. Chi è restato ha apprezzato molto.