Inside Out la recensione.

Standard

insideout8-xlarge

Inside Out, di Pete Docter, 2015

Si è molto parlato del nuovo film di animazione Pixar, Inside Out, utilizzando giustamente termini entusiastici “da locandina”. Un capolavoro; un film divertente, emozionante e commovente; lo straordinario ritorno della Pixar; il film dell’anno!

Difficile ribattere: il film è veramente originale e ben riuscito, ma ridurre l’analisi a categorie di merito rischia di fare perdere l’attenzione rispetto al dibattito sui contenuti del film.

Inside Out infatti si afferma come rivoluzionario non solo nell’animazione ma nella narrativa in generale grazie alla geniale intuizione di trama: ambientando gran parte del film nella testa di una bambina Pete Docter riesce a creare un mondo che, invece di essere, come da tradizione, sfondo alle azioni dei personaggi, è il vero e proprio protagonista. Gli ambienti del cervello in cui si muovono Gioia, Tristezza, Disgusto, Paura e Rabbia sono vivi. Lo spettatore li percepisce come in costante mutamento, imprevedibili e carichi di personalità. Non a caso Riley, la bambina, viene percepita quasi come un’automa priva di una vera e propria personalità, ma attenzione (!) questo non significa che sia caratterizzata male. Semplicemente sono le isole della sua personalità a rappresentare il personaggio stesso più del corpo in movimento.

L’universo condiviso Marvel può entusiasmare o il mondo di maghi, Hogwarts, con i relativi usi e costumi, possono affascinare, per non parlare dei mondi giurassici o dei pianeti più remoti. Il mondo di Inside Out fa un passo ulteriore: diventa metafora, veicolo di significati e strumento di caratterizzazione.

A memoria credo di avere visto una tale potenza nell’uso dell’ambientazione solo in Tempi Moderni,

Tempi Moderni e l’uomo-macchina

in cui il personaggio di Charlie Chaplin è il riflesso della fabbrica. L’analogia sussiste non solo come emanazione ma anche come forma: la spigolosità degli ingranaggi corrisponde al modo di fare scattoso, il movimento meccanico delle macchine è anche il movimento che guida la vita di Charlot.

InsideOut55830c82ed2a4.0

Inside Out e l’uomo-mente

Il film Pixar brilla per la precisa rappresentazione delle emozioni, dei meccanismi cognitivi che si innescano durante i processi di scoperta di un mondo nuovo. Il sogno, il pensiero, l’oblio della memoria, sono resi visivamente evitando ogni didascalismo. È incredibile con che facilità si possano vedere nello stesso elemento un personaggio, per chi vuole godersi la trama, o un concetto astratto, per chi ricerca l’elemento teorico. È facilissimo passare dall’uno all’altro senza inficiare là godibilità del film, cosa per nulla scontata.

L’inevitabile conseguenza di questa scelta, purtroppo, è una trama a tratti molto lineare e prevedibile. Non si poteva fare altrimenti, quando le cose da dire sono tante la prima cosa da fare è semplificare, ma alla lunga il meccanismo narrativo scricchiola. I protagonisti cercano di raggiungere un obiettivo, falliscono, cercano quello dopo fino al trionfo ultimo: per quasi tutto il film questo approccio funziona ma, poco prima della chiusura, perde l’incisività e l’originalità travolgente della prima parte diventando un qualcosa di già visto, per quanto sempre gradevole. Anche le inquadrature sono molto semplici da decifrare visivamente, con il focus dell’attenzione sempre posto al centro in modo da guidare lo sguardo su quello che conta.

Parte del piacere dello spettatore viene dalla scoperta delle emozioni (i titoli di coda sono imperdibili proprio per questo motivo). Ci si può fare aiutare da una delle scene migliori del film per spiegare dove Inside Out trovi la sua forza maggiore: mentre Riley, sua mamma e suo papà cenano e dialogano, l’occhio del regista (sempre onnipresente e scorporato) muove all’interno delle tre menti. Vediamo le emozioni primarie dei componenti della famiglia che interagiscono e comandano i processi decisionali, guidano i desideri e conducono ad azioni. Come nelle migliori sceneggiature i tre famigliari hanno sempre una propria motivazione, un’intenzione è una ragione. Vedere quindi l’avvicinarsi dello scontro tra il padre e la figlia diventa allora divertente e spiazzante al contempo. In pochi minuti siamo entrati in sintonia con ognuno dei commensali e abbiamo capito le sue ragioni. Ma lo scontro arriva inevitabile.

Come non ci sono colpevoli e innocenti, così Docter non caratterizza mai un’emozione come negativa. Tutte sono essenziali allo sviluppo della personalità di Riley e afferma che anche quelle più represse, come la tristezza (in America ai bambini vengono somministrati antidepressivi), possono portare benefici. La crescita non avviene a livello anagrafico ma a livello esperienziale, con le emozioni che diventano raffinate e miste: dalla gioia e dalla tristezza nasce la malinconia, così come si ha consapevolezza che solo sfogando la rabbia si può aprire un varco per potere provare altri sentimenti.

Inside Out riesce a mantenere per quasi la totalità della sua durata una corrispondenza tra il significato veicolato dalla sceneggiatura e l’esperienza dello spettatore. È un peccato quindi che nel terzo atto si ceda al sentimentalismo un po’ forzato che spesso caratterizza le produzioni Pixar (una lacrima per ogni sorriso, a volte anche forzando). Nel maggiore momento drammatico Docter rinuncia, o perde per un attimo il controllo, alle emozioni raffinate, dai colori pastello e dal gusto leggero ma particolare, costruendo una scena drammatica molto artificiale e decisamente stonata. La perdita dell’amico immaginario non viene rappresentata come una tappa necessaria e naturale ma come un evento drammatico, prevedibilmente atteso nella trama e poco sincero nel cercare di strappare qualche lacrimuccia. È questo forse il momento meno convincente dell’opera: il commiato di un personaggio, Bing Bong, troppo presente ma mai veramente necessario.

Sono piccoli cali di corrente che dispiacciono proporzionalmente a quanto si è amato questo film. Forse è per questo che all’uscita dalla sala la sensazione di appagamento cinematografico si è mischiata con una leggera amarezza (ben poco razionale).

Pensavo che qualcosa non andasse, o in me o nel film. Ma la risposta mi è arrivata dalla pellicola stessa: le emozioni non sono positive o negative, semplicemente ci sono, e non sono uguali per tutti.

Inside Out è un film che emozionerà in modo diverso ad ogni visione, e che regalerà sensazioni differenti da persona a persona. Ecco perché è bello: perché non importa se all’uscita dalla sala si proverà tristezza o gioia, rabbia o paura… si ha un’emozione. È questo che conta.

inside_out_emotions-03

Voto approssimativo: 8,5

Consigliato a: potrei definirlo così: un film di animazione che forse potrà piacere anche ai vostri figli

Gabriele Lingiardi