I 10 film più belli del 2014. La classifica che ha fatto tremare Hollywood!

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La classifica di Gabriele.

Ciao lettori di DivineMovie! Come ogni anno è arrivato sui vostri schermi un numero sovrabbondante di classifiche assai poco autorevoli. Siccome la nostra classifica è nota come la più rinomata e la più attesa dagli amanti di cinema (sì più di quella di Tarantino) e poiché nessuno legge mai queste introduzioni passiamo velocemente ai 10 migliori film del 2014.

Solo alcuni piccoli avvertimenti prima di partire: la classifica non segue un criterio di bellezza oggettiva ma di intensità e gradimento provati durante la visione. Non divido per genere né per ambizioni ma per l’entusiasmo che mi hanno suscitato. I primi 7 sono in ordine casuale.

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Lo Hobbit – La battaglia delle cinque armate. La recensione.

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Lo Hobbit – La battaglia delle cinque armate, di Peter Jackson, 2014

B0AgcH8CQAEMANpLa filologia non è certamente una disciplina che va di moda negli ultimi tempi. Eppure il mondo sembra pieno di appassionati dediti allo studio maniacale dell’accuratezza delle trasposizioni delle opere cui sono affezionati.

Nel caso de Lo Hobbit questo fenomeno è riscontrabile più forte che mai.

Chi vi scrive ha letto sia Il signore degli anelli che Lo Hobbit, gradendo oltremodo la lettura ma godendosi altresì ogni “infedeltà” al libro cinematograficamente riuscita.

La battaglia delle cinque armate segnerà sicuramente una linea di demarcazione tra due fazioni: coloro che hanno a cuore l’integrità del libro e coloro che si preoccupano del senso di questa operazione commerciale.

Se siete parte di questa seconda fazione continuate pure a leggermi. In caso contrario fermatevi pure qui.

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Adieu au Langage – Addio al linguaggio. La Recensione.

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Adieu au Langage, di Jean-Luc Godard, 2014

Non c’è cosa più difficile che fare un’analisi critica di un maestro indiscusso del cinema. Poiché in questo caso il maestro è Jean-Luc Godard mi sento ancora più in imbarazzo. Iniziamo subito con le scuse a voi lettori: è fuori di dubbio che, per quanto mi sforzi, io non abbia una conoscenza della storia del cinema adeguata per comprendere appieno il significato storico e artistico dell’opera di cui sto scrivendo. Parlerò dunque prima seguendo un mio personale tentativo di lettura critica e poi proverò ad esprimere il mio sentimento da spettatore, da appassionato in ricerca del film perfetto, dell’emozione definitiva. Perciò ad Addio al linguaggio io dico sì. Seguito da un forte no!

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Il gioco è bello quando… È la recensione di Hunger Games – Il canto della rivolta

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Hunger Games – Il canto della rivolta, di Francis Lawrence, 2014.

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Hunger Games Il canto della rivolta è un blockbuster atipico: lento, privo di grandi colpi di scena, pieno di “chiacchiere”. Un film dalle grandi ambizioni intellettuali che sembra più un film d’autore che parte di un franchise multimilionario. Un’opera con il coraggio di mostrare un arco narrativo discendente, in cui la protagonista esce dalla sua condizione di eroe inconsapevole solo per diventare una, più o meno volontaria, assassina. Che bella l’inquadratura finale, in cui gli occhi insanguinati mostrano l’ambiguità della rivoluzione: è una giusta causa o una follia? E qual è il prezzo da pagare per la libertà?
È notevole il coraggio del regista Francis Lawrence nel mostrare “i buoni” (concetto relativo nella saga di Hunger Games) agire come i terroristi nella vita reale. Capitol City è l’America, una società ipermedializzata, attratta dalla pornografia del vedere e succube ai messaggi subliminali impartiti dagli strumenti di comunicazione. Non c’è trama in questo film, o meglio non un arco narrativo completo (tra un anno uscirà la seconda parte) ma Lawrence riesce ad evitare le carenze narrative iniziando e concludendo un brillante discorso sull’influenza che la comunicazione ha nei processi politici. È questo Il canto della rivolta: una dimostrazione del potere delle immagini.
La storia inizia con i ribelli alla ricerca di un simbolo e Katniss, personaggio che nella grammatica del film rappresenta l’etica al di sopra degli ideali, si rivela inadatta a questo ruolo. Da questo punto la pellicola inizia a riflettere su se stessa (stiamo davvero vedendo un film di puro intrattenimento?), su come le immagini riescano a veicolare significati e ad influenzare la storia.
Non è un caso quindi che l’immagine della marcia del popolo contro il potere sembri il quarto stato, né che le minacce di Katniss ricordino i “sono ancora vivo” che Osama Bin Laden rivolgeva al mondo occidentale, o che i filmati che guidano la rivoluzione sembrino trailer del film stesso.
È straordinaria la Collins nel creare un’ambiguità veramente inusuale nel cinema americano. La protagonista femminile regredisce, smette di poter scegliere tra due tipi di uomo (tematica tipica della narrativa per giovani ragazze già vista in Twilight e simili) ma viene rifiutata da uno e diventa involontaria carnefice dell’altro. Se i personaggi di Prim e della Madre di Katniss restano troppo abbozzati e quasi odiosi, il film si giova di un ridimensionamento del personaggio di Stanley Tucci, volutamente fastidioso e ormai troppo sfruttato. Jennifer Lawrence fa un lavoro discreto ma non eccelso nel caratterizzare Katniss. Quello che vince è il lavoro fatto sulla storia, sui dialoghi e nelle scelte di regia: il climax finale è costruito con furbizia, giocando nel suggerire allo spettatore che qualcosa di brutto sta per accadere ma non facendolo accadere, per lo meno in questo film (non ho letto il libro). Resta il fatto che lo spettatore esce dalla sala con una sensazione di pericolo e incompletezza che destabilizza e inquieta.
Come sintetizzare la forza di questo film? In una scena molto importante Katniss deve attraversare un ospedale di fortuna, per fare sentire la sua vicinanza ai feriti. La cinepresa mostra l’ingresso della protagonista e il suo cammino tra la folla che la ignora, che pensa a curare le proprie ferite. Quanto sono labili i simboli di guerra e gli ideali per il popolo ferito. Non c’è cambiamento senza sofferenza, non c’è eroe senza peccato. Anche quando, alla fine di questa camminata della sofferenza Katniss viene riconosciuta, la promessa di un futuro migliore rimarrà vana. Almeno fino al prossimo film.

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Interstellar VS Boyhood. Due film a confronto

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Boyhood, Richard Linklater, Interstellar, Christopher Nolan, 2014

Proviamo ad entrare in un wormhole, siete pronti a seguirmi?
Non ho in mente nessun esperimento per salvare l’umanità, tranquilli, voglio solo tentare di costruire un ponte tra due film molto diversi ma forse non così distanti. Boyhood di Richard Linklater e Interstellar di Christopher Nolan.

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The Judge, la recensione colpevole.

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The Judge, di David Dobkin, 2014

Una sedia che gira. Di fronte l’avvocato dei colpevoli, che difende per soldi, forte e sicuro della sua arte affabulatoria, sta guardando in faccia il suo passato. La sedia gira, e quello che è stato sta per diventare futuro.
Con questa suggestiva immagine si chiude The Judge, il nuovo film di David Dobkin con Robert Downey Jr e il grande Robert Duvall.
È utile, per la comprensione del film, fare un paragone tra questi due attori e i personaggi che interpretano: Robert Downey Jr è un avvocato al vertice della carriera, sicuro di sé ma disprezzato dai colleghi e con un disperato bisogno di rimettere in sesto la propria vita; Robert Duvall interpreta invece un anziano giudice amato e rispettato da tutti (come lo statuto di attore di Duvall stesso), ossessionato dal ricordo che i concittadini potrebbero avere di lui a fine carriera. Questa forte analogia tra l’immagine che questi due attori si sono creati nella vita reale e il personaggio che interpretano nel film è una forte linea narrativa che giova alla credibilità degli stessi.
The Judge non fa altro che mostrare l’incontro/scontro tra queste due personalità, sullo sfondo di un thriller giudiziario decisamente appassionante.
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I Guardiani della Galassia! La recensione cosmica

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I Guardiani della Galassia, di James Gunn, 2014

Ah, i Guardiani della Galassia! Abbiamo un procione parlante e incazzato, abbiamo un personaggio femminile finalmente capace di combattere, abbiamo Dave Bautista che interpreta Drax il distruttore e un albero alieno che pronuncia solo I’m Groot. E poi Star Lord, un personaggio umano complesso, simpatico e affascinante.
Ah, i Guardiani della Galassia! Che gran fumetto!

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Tutto può cambiare – la recensione in anteprima!

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Tutto può cambiare, John Carney, 2014

Tornano le esclusive di cinepreso: ho visto in anteprima Tutto può cambiare, ecco il mio parere.

Tutto può cambiare è un film che, a dispetto del titolo, non sposterà una virgola nella storia del cinema ma che piacerà a molti. Il nuovo film di John Carney, già regista del discreto Once, appartiene a quel genere di opere che raccontano di resilienza, della capacità di due personaggi, apparentemente senza chance, di risalire la china e riaffermarsi.
Se l’impalcatura narrativa è delle più classiche, quello che colpisce è il modo in cui la storia viene raccontata. Vince la scelta di raccontare gli eventi che hanno permesso ai due personaggi di incontrarsi evitando il classico montaggio alternato ma suddividendo le due trame in blocchi, quasi pezzi di un puzzle che si incastrano tra di loro. A dire il vero neanche questa soluzione è particolarmente originale ma permette al film di mantenere costante l’attenzione ponendo continuamente domande. Per la prima metà del film ad esempio ci si chiede come Gretta, il personaggio interpretato senza eccessivo impegno da Keira Knightley, sia stata abbandonata dal suo ragazzo. E la risposta, a sorpresa, soddisfa le aspettative grazie alla sua imprevedibilità.

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Lucy ed ombre di una recensione. Lo spiegone di Lucy

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Lucy, di Luc Besson, 2014.

Io non ho capito se è serio oppure no.
Lucy intendo, ma anche Luc Besson sembra stia prendendo in giro tutti.
Chiedo scusa a chi legge questa recensione sperando di trovare un’analisi compiuta attorno al senso del film. Non la troverà. Questo non perché io non abbia voglia di scrivere come ho interpretato il film ma semplicemente perché… Non l’ho interpretato.

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