Good Morning, Capitano Bicentenario.

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C’era una volta un bambino molto piccolo che andava matto per un film. Il bambino lo conosceva a memoria, lo guardava e lo riguardava senza sosta. Era la storia di uno strano professore che aveva inventato una strana sostanza verde, un flubber, capace di rimbalzare con un’energia tale da sconfiggere i cattivi. Il professore era veramente un portento, un personaggio indimenticabile, egli avrebbe voluto conoscerlo meglio. Il bambino fu quindi molto contento di trovare un uomo molto simile al professore in un altro film, dove dei bambini vengono imprigionati da un gioco ma per fortuna che c’è quel folle uomo che li aiuta e che li salva. Quella faccia era diventata per il bambino una garanzia di calma e di tranquillità: quando c’era lui, tutto andava bene. Pian piano il bambino e quell’attore iniziarono ad incontrarsi in altri film: quello in cui c’è Capitan Uncino o quello in cui c’è il medico che nella scena finale non porta le mutande. Quando poi il bambino è cresciuto, la presenza quell’uomo strampalato, era spesso la condizione necessaria e sufficiente perché il film meritasse di essere visto. Il bambino, ormai ragazzo, aveva iniziato ad apprezzare ed a commuoversi alle urla di gioia, infarcite di dolore, che davano il buona giornata al Vietnam. Con quell’espressione sempre un po’ malinconica, quell’attore riusciva a regalargli risate intelligenti, mai fine a sé stesse. Per ogni sorriso che quest’uomo regalava c’era una lacrima da pagare. E di lacrime ne ha pagate tante questo bambino ormai ragazzo, quando ha conosciuto il professor John Keating. Se passi due ore con John non puoi dimenticarlo. Il professor Keating era come una persona vera, non si rassegnava questo giovane spettatore a considerarlo un personaggio. No, non aveva mai visto un professore così al cinema; di studenti interessanti ne aveva visti tanti, ma di insegnanti capaci di spiegare la bellezza dello studio, restando solo poche ore su uno schermo… Questo era davvero insolito.
Il ragazzino ormai conosceva quel viso, quella voce e quel modo di fare, mai quindi si sarebbe aspettato di spaventarsi quando in un film egli smise di fare ridere. Era diventato un fotografo, all’inizio molto simpatico, poi molto strano che, ossessionato da una famiglia, non li lasciava in pace dicendo di volere “one our photo“.
Ma l’uomo bicentenario ha continuato a fare altri film e altre risate, pagate con le lacrime, non sono mancate. Era stato il mentore di un bambino musicista molto odioso, ed era stato ben due volte presidente: una volta solo per una notte, in un museo, era diventato Theodore Roosevelt e poco tempo dopo era stato l’uomo dell’anno a causa di un errore delle macchinette elettroniche per il voto.
Era stato molte persone Robin Williams, e tutti erano un po’lui.
Il bambino che oggi ha imparato ad amare il cinema grazie ai suoi personaggi, sono io, e non dimenticherò mai il suo sguardo malinconico dopo una risata. Era il prezzo da pagare.
Abbiamo riso tanto, e ora siamo molto tristi, Robin.
Arrivederci capitano, alla prossima partita!
Gabriele Lingiardi.

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