Inside Out la recensione.

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Inside Out, di Pete Docter, 2015

Si è molto parlato del nuovo film di animazione Pixar, Inside Out, utilizzando giustamente termini entusiastici “da locandina”. Un capolavoro; un film divertente, emozionante e commovente; lo straordinario ritorno della Pixar; il film dell’anno!

Difficile ribattere: il film è veramente originale e ben riuscito, ma ridurre l’analisi a categorie di merito rischia di fare perdere l’attenzione rispetto al dibattito sui contenuti del film.

Inside Out infatti si afferma come rivoluzionario non solo nell’animazione ma nella narrativa in generale grazie alla geniale intuizione di trama: ambientando gran parte del film nella testa di una bambina Pete Docter riesce a creare un mondo che, invece di essere, come da tradizione, sfondo alle azioni dei personaggi, è il vero e proprio protagonista. Gli ambienti del cervello in cui si muovono Gioia, Tristezza, Disgusto, Paura e Rabbia sono vivi. Lo spettatore li percepisce come in costante mutamento, imprevedibili e carichi di personalità. Non a caso Riley, la bambina, viene percepita quasi come un’automa priva di una vera e propria personalità, ma attenzione (!) questo non significa che sia caratterizzata male. Semplicemente sono le isole della sua personalità a rappresentare il personaggio stesso più del corpo in movimento.

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