A War (Krigen) la recensione da Venezia

Standard

11997427_10207959803021637_178139038_n
A War, di Tobias Lindholm, 2015

Presentato nella sezione orizzonti Krigen è un racconto di guerra o meglio delle guerre combattute giornalmente sia sui luoghi dei conflitti che nella quotidianità. Il regista, Tobias Lindholm contrappone il punto di vista di un soldato, sempre al centro del conflitto e di sua moglie, marginale e lontana dalle operazioni belliche ma coinvolta dal conflitto nella quotidianità.
Continua a leggere

Recensione: Jurassic World

Standard

Jurassic World, di Colin Trevorrow, 2015.

jurassic-world-poster-mosasaurus

Il cognome del Mosasauro è Spoiler

Dopo una lunga pausa rieccomi più carico che mai. Come da tradizione durante la stagione estiva cercherò di scrivere post più brevi, sintetici per facilitare la lettura sotto l’ombrellone.

Mi sono preso qualche giorno di sospensione del giudizio dopo avere visto Jurassic World, non tanto per scarso gradimento ma perché non riuscivo a capire se quello che parlava dentro di me era il bambino che entrava in sala a guardare Il Mondo Perduto dopo avere consumato il VHS del primo Jurassic Park o era l’appassionato di cinema che sono ora all’età di 23 anni.

Continua a leggere

Asus Zenfone 2 Recensione

Standard

Senza titolo-4

Ebbene sì, come avevo anticipato nel mio ultimo articolo, mi sono lasciato tentare da questo nuovo smartphone di Asus e dopo qualche giorno di prova posso darvi le mie opinioni.

Iniziamo subito con un parere soggettivo: il telefono è bello, mi piace molto di più dal vivo che in foto. Soprattutto la banda inferiore del telefono nella parte frontale, tipica della serie Zenfone.

maxresdefault

Continua a leggere

Interstellar VS Boyhood. Due film a confronto

Standard

Boyhood, Richard Linklater, Interstellar, Christopher Nolan, 2014

Proviamo ad entrare in un wormhole, siete pronti a seguirmi?
Non ho in mente nessun esperimento per salvare l’umanità, tranquilli, voglio solo tentare di costruire un ponte tra due film molto diversi ma forse non così distanti. Boyhood di Richard Linklater e Interstellar di Christopher Nolan.

IMG_3113.JPG

Continua a leggere

Lucy ed ombre di una recensione. Lo spiegone di Lucy

Standard

Lucy, di Luc Besson, 2014.

Io non ho capito se è serio oppure no.
Lucy intendo, ma anche Luc Besson sembra stia prendendo in giro tutti.
Chiedo scusa a chi legge questa recensione sperando di trovare un’analisi compiuta attorno al senso del film. Non la troverà. Questo non perché io non abbia voglia di scrivere come ho interpretato il film ma semplicemente perché… Non l’ho interpretato.

IMG_3029.JPG

Continua a leggere

Tre nuovi ottimi smartphone

Standard

gggghgggh

Finalmente, sono arrivati tre telefoni che aspettavo e che troveranno un posticino nel prossimo articolo che scriverò della serie “consigli per gli acquisti” (QUI il primo dove ha GIà trovato posto invece il primo dei 3!): MOTOROLA Moto E, WIKO Highway e HUAWEI Ascend p7 ed entrambi hanno un PREZZO DAVVERO NOTEVOLE!

Non sono telefoni troppo conosciuti purtroppo, ma io sono qui per redimervi e farveli scoprire.

Continua a leggere

Dove ho messo le chiavi? La recensione di Locke

Standard

Locke, di Seven Knight, 2014

Non sono solito farlo ma direi che è il caso di partire dalla trama: in questo film seguiamo per 90 minuti il viaggio di un uomo, Ivan Locke, chiuso in una macchina. Sta andando a Londra ad affrontare un grave problema, non può fermarsi, non può tornare indietro. Nella stessa notte dovrà dirigere i lavori che porteranno alla più grave colata di cemento d’Europa, e cercare di tenere unita la propria famiglia, il tutto chiuso (Locke, non a caso) in una macchina.
Continua a leggere

Da un grande potere…deriva una lunga recensione! The Amazing Spiderman 2

Standard

Non se ne sentiva il bisogno.

È quello che hanno pensato tutti dopo l’annuncio del reboot della saga dell’uomo ragno a soli dieci anni dalla trilogia-capolavoro-mozzato (il terzo film non ha proseguito l’ascesa qualitativa) di Sam Raimi.
Una volta in sala però si è capito il senso dell’operazione: adattare ad un pubblico nuovo la saga dell’uomo ragno che, a causa dell’ondata dei cinecomic firmata anni 2000, stava invecchiando male. Forse la colpa è della recitazione fumettosa di Tobey Maguire o dello stile tutto particolare di Raimi, ma io credo soprattutto a causa di un forte cambio di gusto da parte del pubblico generalista.
Ed eccoci al primo Amazing Spiderman, un film sostanzialmente inutile, che non aggiunge nulla al personaggio e non rimane emotivamente nello spettatore. Però, a guardare bene, c’erano già degli elementi che lo rendevano uno dei migliori blockbuster dell’anno: il rapporto tra Gwen Stacy (Emma Stone) e Peter Parker (Andrew Garfiled), lo stile profondamente diverso rispetto alla trilogia classica a partire dal costume, le atmosfere vicine alla (bellissima) serie Ultimate dei fumetti.
Anche questo secondo capitolo invece partiva sotto i peggiori auspici: si temeva un sovraffollamento di villain simile a quello di Spiderman 3, facevano storcere il naso trailer troppo carichi di gag che non presentavano alcuna trama avvincente e il personaggio iniziava a sembrare logoro dopo la sovraesposizione degli ultimi anni.
Sono entrato in sala con la cattiveria di chi si accinge a stroncare, sono uscito pensando a come scrivere una recensione che spiegasse come, questa volta, Sony e Marc Webb (nomen omen)… Hanno fatto centro!

Continua a leggere

Quella stronza di Siri: la recensione di Lei (her)

Standard

Lei, di Spike Jonze, 2014

Scommetto di non essere l’unico ad avere ingaggiato una lite con Siri, l’assistente vocale dell’iPad, pochi secondi dopo averla attivata. Credo che Siri mi odi, e ne ho conferma ogni volta che alla richiesta “riproduci Johnny Cash” avvia una Ri cerca su google per sapere come si produce gionnicasc. Mi ha anche rimproverato più volte se volete saperlo.
Lei, il nuovo film di Spike Jonze, non prende decisamente spunto dalla mia vita. Anzi, ha un incipit tanto geniale quanto improbabile se ambientato nell’universo Apple: un uomo, Theodore (interpretato da Joaquin Phoenix), in un futuro prossimo, si innamora del proprio assistente vocale. Scarlett Johansson presta la sua roca voce a questo personaggio immateriale che, dispensando suggerimenti in cuffia, aiuta gli uomini nello svolgimento delle attività quotidiane e permette di interfacciarsi con un mondo virtuale ormai ingombrante quanto la vita stessa. Ma cosa succederebbe se questa “voce nell’orecchio” iniziasse a dire di riuscire a provare sentimenti?

Scrivere d’amore

L’indubbio pregio della sceneggiatura, premio Oscar, di Jonze è quello di partire dall’idea di scrivere un film d’amore per poi girare un film in cui si scrive d’amore. Il mondo narrato è infatti un mondo colorato, visivamente romantico, in cui però le lettere d’amore vengono scritte da sconosciuti a nome dei mittenti. In cui le “vite degli altri” (ad avere tempo di analizzarlo si potrebbero trovare paragoni con il film di Donnersmarck) perdono l’intimità del rapporto a due, venendo costantemente monitorate e pianificate proprio per non avere profondità. In questo mondo gli uomini riescono a parlare con parole d’amore solo attraverso la scrittura, evitando un contatto con l’altro se non per una “sveltina”. Solo una voce nell’orecchio, un grillo parlante seducente e malizioso ma al contempo privato e intimo, riesce a fare rinascere il desiderio di un rapporto d’amore. Un codice di programmazione, anche esso quindi scritto da persone, elaborato e più che mai umano in un mondo disumanizzatodalla permanenza in un’apatia esistenziale che è anche un rifiuto di relazione. Il sistema operativo perfetto attenua la solitudine dell’uomo del futuro; notevole, a questo proposito, il secondo piano di molte inquadrature in cui gli uomini ridono e parlano da soli, comunicando con un altrove che non ci è dato conoscere.

È come se ci fosse qualcosa di femminile in te.

In questa frase, pronunciata da un irriconoscibile Chris Pratt, ritengo sia racchiusa gran parte della metafora portante del film. La voce amichevole con cui l’immenso Joaquin Phoenix dialoga, altro non è che un surrogato, una compensazione, della coscienza umana. Una sorta di costante “deus ex machina” che fa compiere ai personaggi azioni che mai, da soli, avrebbero pensato. L’esistenza di Samantha ha un duplice aspetto: è come una mamma, o un’insegnante, ma allo stesso tempo è un’entità neonata che deve essere guidata alla scoperta delle gioie della vita. L’OS Samantha si sceglie il nome da sola alla nascita, ma non sa vivere. Non sa se può emozionarsi ma aiuterà il Theodore (ma forse non solo lui) a ritornare a farlo. Un ritorno alla vita dunque, che è anche una presa di consapevolezza dell’esistenza di molteplicità di uomini che circonda un singolo uomo.
Da qui l’immagine finale, con lo sguardo dello spettatore che si staglia sulla città.

Una pellicola ben gestita e per nulla banale nelle intenzioni ma, purtroppo segnata da imperfezioni.
È un peccato infatti che il punto debole del film sia proprio la rappresentazione di questa storia d’amore, che non riesce a staccarsi come dovrebbe dai canoni del genere, sembrando troppo normale in alcuni punti. L’effetto straniante quando viene raggiunto è accompagnato ad un retrogusto trash che allontana dal film (si veda il primo rapporto “carnale” in cui si fatica a capire le intenzioni del regista).

Lei (Her in originale, suona molto più robotico) non è un film contro la tecnologia, non inneggia alla riscoperta dell’aria aperta e dei rapporti interpersonali, come potrebbe sembrare ad una visione distratta. Stiamo parlando di una storia sulla capacità di provare emozioni, sul bisogno intimo dell’uomo di provare qualcosa. È l’emozione che ci rende uomini, sono le storie, le vite nostre e di altri che costituiscono il nucleo di ciò che ci rende umani. E il cinema, nella poetica di Jonze, è parte integrante di questo processo.
Continua a leggere