Minions – la recensione banana

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Minions, di Pierre Coffin e Kyle Balda, 2015.

Nati come spalla comica i Minions si sono guadagnati un lungometraggio proprio a colpi di slapstick e carinerie. Simili per sorte, carattere e peso specifico a Scrat de L’Era Glaciale questi fagiolini gialli, simili a bambini con l’itterizia -come si dirà nella battuta più cattiva del film-, attingono  dalla tradizione dei Looney Tunes e di Tom e Jerry. Le loro azioni sono caratterizzate dal ricercare un obiettivo ben definito ma mai totalizzante e nell’autosabotare involontariamente la propria missione frustrando così in partenza ogni aspettativa di successo. Questa struttura narrativa praticamente eterna (esiste da sempre e credo non tramonterà mai), trova il massimo dell’efficacia nella forma del cortometraggio o nello spot lungo e narrativo (me li vedrei bene in un Carosello). minions-poster-600x907

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Mi manca un pezzo: The Lego Movie

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The Lego Movie, Phil Lord e Chris Miller, 2014

Avere in mano l’operazione commerciale più sfrontata degli ultimi anni, esserne consapevoli, e tirarne fuori un gran film.
Ho appena descritto quello che è avvenuto con The Lego Movie (o Lego: the Movie se lo vogliamo dire all’americana).
I registi di Piovono Polpette e di 21 Jump Street si sono riconfermati come i più grandi umoristi sulla piazza con questo film da vedere e rivedere.
Abbiamo una morale invertita rispetto a quella dei classici film Disney: il protagonista non è speciale, Emmet è uno dei tanti, potrà credere in sé stesso, fare tutti gli sforzi del caso, ma non riuscirà mai a diventare “super”. È solo unendo le forze che tutti gli Emmet, i signori nessuno che vivono seguendo ciecamente istruzioni, potranno dare origine a qualcosa di nuovo e…Meraviglioso (come recita la canzone tormentone del film). Ma la sensazione che si ha guardando il film è che questa morale sia anche quella che si sono dati Miller e Lord nel girare il film: smettere di seguire le istruzioni (le strutture tradizionali del racconto animato), sperimentare, unire mattoncini di vari film e creare un prodotto nuovo. Ce l’hanno fatta, il film è un vero e proprio miracolo cinematografico. Difficile fare meglio con il peso della convenzionalità dell’obiettivo meramente commerciale sulle spalle.
Ma il vero valore del film va oltre la superficie delle gag (si segnalano tra le più riuscite quelle a tema Star Wars e Batman) grazie a una forte riflessione sull’idea di cinema e di regia che viene resa palese a circa 3/4 di film grazie ad un gigantesco colpo di scena.
Segue un gigantesco paragrafo spoiler.

Emmet infatti esce dal suo mondo, cade dal tavolo, entra nel nostro mondo e conosce il suo creatore: un bambino che, giocando, manovra i personaggi. E suo padre, che li colleziona. Un rapido, e coraggiosissimo, balzo dalla dimensione cartoon del film a quella live action. Ma allo stesso tempo è un balzo a un livello più profondo di trama: chi è il regista se non un bambino che manovra i propri personaggi? E qui il discorso diventa più interessante; abbiamo una netta contrapposizione tra creatività e mantenimento dello status quo. Lo scontro padre/figlio è anche quello tra due modi di fare cinema: il primo che osa e mischia le carte in tavola, il secondo mantiene e preserva ciò che già c’è, lo mostra nel suo splendore ma lo rende freddo, congelandolo nel proprio autocompiacimento. La scelta dei due registi sarà radicale: il cinema deve “mischiare i pezzi” . Credo si possa aggiungere un ulteriore livello di lettura se consideriamo che Lord e Miller potrebbero rappresentare uno la figura del padre e uno il figlio. Che abbiano avuto lo stesso problema ideando il film? Come gestire un film che deve essere fatto solo per vendere dei mattoncini? La scelta e non è un caso, era tra la conservazione e l’innovazione. È l’industria del cinema quella rappresentata nel film.

Fine spoiler.
È apprezzabile come le gag siano date dall’azione e non da elementi aggiuntivi alla storia. Il film procede a battute e citazioni ma, forse, questo suo pregio è anche il limite che gli impedisce di raggiungere le emozioni che altri classici dell’animazione danno. Non c’è mai vera commozione né ansia o paura per i personaggi (chi riesce a dimenticare il finale di Toy Story 3 o certe espressioni di Wall-e?) che derivano dall’eccessiva cura alla profondità della costruzione narrativa non prestata allo stesso modo per il lato emotivo. Il film soffre di questo piccolo limite, ma non ha problemi o difetti particolari. È in perfetto equilibrio. È vedibile da tutti. È la sorpresa dell’anno (fino ad ora).

Mi è piaciuto:
Le grandi idee di trama
La morale non più canonica
Tutto è meraviglioso
Citazione e azione

Qualche dubbio:
Non sarebbe stato male sviluppare di più il concetto di “multiverso” Lego
La canzoncina non mi esce dalla testa. Devo chiamare un esorcista?
Il 3D ancora una volta inutile

Non mi è piaciuto:
Manca una spinta sul lato emotivo
Una parte centrale non all’altezza del primo e terzo atto

Voto: 7.5
Criterio del voto: Piovono Polpette lo ricordo come un gioiellino da 8.
Toy Story 3 da 9.

Si ringrazia Alessandro Perazzoli per la fotografia originale in cima all’articolo.